La canoa

La canoa
splendido oggetto per il tempo libero

venerdì 9 aprile 2010

Capitolo 5

Mentre parlavano dei prossimi allenamenti, si avvicina una ragazza che portava un vassoio, piccolo però, pieno di cibarie come sandwich al salmone, allo stilton, delle piccole quiche, ma mentre Ian stava per prenderne uno, posò l’occhio sulla ragazza, molto giovane, bella, longilinea, pelle chiara e viso perfettamente ovale (secondo gli splendidi canoni rinascimentali), contornato da una fluente chioma dorata, come Sandro Botticelli dipinse la figura centrale nella sua opera più celebre, La nascita di Venere, con mento leggermente appuntito, grandi occhi di un intenso castano, ma con un leggero strabismo, ma dallo sguardo leggermente imbarazzato, come se avesse vergogna di girare per le stanze della grande casa. Infatti, non guardava nessuno dei due giovani, mentre offriva loro da mangiare, forse era anche timorosa, forse era la prima volta che svolgeva un tale compito. In seguito Ian scoprì che la giovane era una delle nipoti del proprietario della casa dove si trovava, e stava semplicemente aiutando e dando una mano allo zio per la migliore riuscita della festa. Ian fu molto stupito dall’attenzione che improvvisamente e involontariamente aveva posto in quella creatura, lui continuava a parlare con il suo amico, dopo che la ragazza si era allontanata, ma il suo pensiero non faceva che spostarsi verso quel viso che aveva incontrato, verso la quasi statuaria bellezza che aveva fugacemente intravisto, anche lui, come era successo a Rupert, venne colpito, come trafitto dal dardo del piacere e dalla curiosità di aver incontrato una ragazza che aveva destato la sua involontaria e incontrollata attenzione. Ancora una volta le loro vite si stavano incrociando con due fatti concomitanti, con due eventi importanti e notevoli che, ad entrambi e allo stesso momento o nella stessa giornata o nello stesso luogo, avrebbero segnato le loro esistenze. Ancora una volta i loro destini si incrociavano, si intersecavano, si guardavano, si specchiavano trovando l’altro, come se ci fosse stata una premonizione, un avviso, un campanello che gli stava dando delle avvisaglie che qualcosa di importante stava per accadere o che sarebbe a breve accaduto e che riguardava loro due, Rupert e Ian, e nessun altro. Neppure le due donne, che nello spazio di pochi giorni, anzi poche ore, avevano avuto l’occasione di incontrare e conoscere. Le loro due giovani vite erano come segnate da destini comuni, da eventi che solo dopo tanti anni, mettendo assieme tutti gli elementi, come le piccole tessere di un mosaico greco, ma parti importanti di un grande puzzle, gli avrebbero fatto capire dove stavano assieme andando.
Parlarono ancora per poco, ma il suo amico capì immediatamente che Ian era stato fortemente attratto dalla bellezza della ragazza, ma da buon inglese che discreto rispetta la privacy dell’amico, non disse niente, con una scusa qualsiasi si allontanò e lo lasciò solo. Solo con un bicchiere di vino rosso, era un bordeaux, quasi colmo in mano. Ne aveva bevuto solo un sorso, non riusciva a bere altro. Dopo qualche istante che l’amico gli aveva voltato le spalle, dopo averlo salutato, Ian si rese conto di quanto era successo e alzò la testa alla ricerca di Rupert, per coprire l’ovvio ed evidente imbarazzo che avrebbe provato se qualcuno avesse osservata la scena. Con passo deciso si avviò verso l’uscita dalla libreria, ma anche segretamente interessato a ritrovare la ragazza. Girò per varie stanze ma senza successo; la casa, ovvero la mansion, perché la casa, o meglio, l’edificio in cui si trovavano quel pomeriggio era decisamente molto grande, e di locali e di belle stanze ce ne erano parecchie. Non riuscivano a capire quante, erano case costruite a metà ottocento, per famiglie numerose, con servitori e con cani da caccia per le scorribande ed i capricci dei padroni. Case che sono poi state modificate e alterate per soddisfare le esigenze dei nuovi tempi e delle nuove generazioni, che oculatamente avevano conservato e preservato il loro patrimonio, che avevano avuto in famiglia figli maschi che avevano occupato posizioni importanti nella comunità locale o anche a Londra, e sovente affiancate da donne colte e capaci, che avevano frequentato scuole ed università famose, e provenienti spesso da facoltose e benestanti famiglie, e che al matrimonio all’unione avevano contribuito con danaro e mobili di antiquariato, con argenteria, con tappeti, con quadri sia ad olio che con incantevoli acquerelli con scene di campagna, che li si ritrovava persino sulle pareti delle toilette.
Alla fine del party furono quasi gli ultimi ad uscire. Si incamminarono verso l’uscita e verso la città. Non avevano tanta voglia di parlare, entrambi erano ovviamente pensierosi, ma con una luce particolare negli occhi, ben nota a chi era un po’ psicologo, ma per motivazioni belle e positive, inebrianti ed entusiasmanti, nessuno dei due voleva introdurre l’argomento che sapevano era uno solo. Era la gioia e la felicità di aver incontrato LA ragazza, UNA ragazza molto speciale. Ma dopo una decina di minuti di cammino e capendo, da ragazzi intelligenti quali erano, che tale silenzio era certamente strano ed imbarazzante e, vista la grande stima e considerazione che avevano per l’altro, si decisero a confidarsi.
Il primo fu Ian, che disse:
“Mi sembrava di averti visto parlare a lungo con la stessa ragazza, era forse quella del pub, che tanto avevi cercato di incontrare? Quella che ti aveva ridotto al silenzio per un paio di settimane?” Ma detta con aria seria e adatta alla circostanza, unica sino ad allora, ma non troppo seria né drammatica, semplicemente di un argomento che richiedeva attenzione e ponderazione.
“Hai ragione Ian, sì era lei e domani abbiamo appuntamento per rivederci e senza estranei tra i piedi. Noi due soli. ” Gli rispose Rupert, andando ben oltre quanto Ian si sarebbe aspettato, che il suo amico gli avrebbe raccontato dell’esito della sua serata.
Si erano dati appuntamento nell’appartamento occupato da un carissimo amico di Rupert, molto benestante, che si poteva permettere il lusso di vivere da solo, e poteva quindi evitare di dover dividere con altri studenti gli anni successivi al primo anno di università, che per tradizione lo si trascorre in edifici di proprietà del College. In questi edifici, a gruppi di almeno 6, dividono cucina e bagni, mentre ognuno di loro ha la propria stanza. Non più grande di una decina di metri quadrati, ma con tutto il necessario per poter dormire, studiare, appendere gli abiti e lasciare le valige, rigorosamente sotto il letto, perché lo spazio è veramente ridotto al minimo.
Arrivarono entrambi con un discreto anticipo e, dopo essersi molto amorevolmente salutati, prima con gli occhi e poi molto discretamente con le labbra, con un dolcissimo e tenero bacio sulla guancia dell’altro, che appena sfiorarono, si fecero a tal proposito una bella risata, dopo aver guardato l’orologio, capirono che l’ansia li aveva portati ad anticiparsi. I loro occhi esprimevano tutto il travaglio che li stava facendo soffrire in un modo abbastanza evidente. Ovviamente entrambi arrossirono ed entrambi lo notarono senza accennarlo all’altro. Non ce la facevano più ad attendere, dovevano toccarsi, sfiorarsi, odorarsi, palparsi, leccarsi, come si fa, quando si entra in una pasticceria e si sentono gli odori penetranti dei migliori dolci e delle migliori torte. E non si vede il momento di mangiarlo, appena dopo averlo annusato e odorato con voluttà, specialmente i golosi che chiudono gli occhi e fanno un profondo respiro. La passione, il desiderio dell’altro, che era diventato come l’ossigeno che respiravano, li aveva entrambi lasciati quasi senza forze nelle gambe, erano passati attraverso una notte abbastanza insonne, dopo le prime due o tre ore di sonno, si erano svegliati e riaddormentati varie volte. I sogni che avevano fatto, che si raccontarono a fine incontro stesi sul letto guardando il soffitto, avevano un comune denominatore, la preoccupazione di dimenticarsi dell’appuntamento, la paura che la sveglia non suonasse, che nascessero situazioni di pericolo, che fatti ed eventi estranei alla loro volontà li costringessero a non poter andare all’appuntamento. Ad esempio che gli autobus fossero improvvisamente in sciopero, che le gambe si paralizzassero, che i movimenti scendendo le scale, e fuori per strada, fossero lentissimi e le gambe pesantissime come il piombo, che volessero correre ma andavano meno veloci di una lumaca, che avessero l’influenza, un raffreddore, che i genitori arrivassero all’improvviso, credendo di fare una sorpresa e di far felici i figli. Senza sapere che all’età dei nostri ragazzi, non bisognerebbe mai fare visite a sorpresa, che la vera sorpresa la potrebbe fare il figlio o la figlia ai propri genitori, che scoprirebbero quanto velocemente i loro “bambini”, nel frattempo, siano diventati adulti, uomini e donne. L’elenco potrebbe continuare a lungo, è successo e succederà sempre a tutti gli innamorati, alla vigilia del loro primo ed importante incontro, con l’uomo o con la donna della loro vita, accade tutti i giorni. In tutte le latitudini e longitudini, in tutte le città ed in tutti i paesi e villaggi, c’è sempre una coppia che si stà incontrando per la prima volta. Che teme di non arrivare, che suda freddo, che teme di non farcela, di non arrivare all’appuntamento e con il cuore in gola, di arrivare in ritardo dopo aver corso tanto e con il cuore in gola, trafilato arriva al luogo dell’incontro. Finché non passa e finisce la “prima volta”, c’è anche l’ansia del non deludere, del far bene, di essere all’altezza, di essere sufficientemente gentile, cortese, gentleman, di interpretare bene le aspettative delle coetanee, di non dire cose sbagliate, di commentare e fare una piacevole conversazione, se il caso lo vorrà, capace di coprire l’imbarazzo della situazione che assieme stavano per vivere la prima volta. Sia Rupert che Claire sapevano, ne erano convinti, come se fossero stati predestinati ad incontrarsi e ad amarsi per sempre, per l’eternità, che non ci sarebbe stato nessun altro nella vita dell’altro dopo il loro incontro. Ne erano profondamente certi. Sapevano fin nel loro più profondo che l’altro doveva essere la persona giusta, e ci speravano in un modo molto deciso, fermo e sicuro, convinto. Non avevano smesso, dal momento dell’incontro, di pensare all’altro. Qualsiasi cosa stessero facendo, ovunque si trovassero, il loro pensiero era in parte, ma a volte, completamente distolto dal ricordo che correva prepotente all’altro, dall’impressione indelebile lasciata dall’altro, dal profumo dell’altro. Dei due, Claire era quella che profumava di più, che aveva un profumo più intenso, infatti Rupert aveva sempre, specialmente nei primi anni, il profumo della pelle di Claire nelle sue narici, e ne era letteralmente inebriato. In effetti Rupert, che come tutti i maschi, era programmato, dall'evoluzione della specie, per pensare a come trasmettere i propri geni e per la procreazione aveva scelto Claire. Claire, d'altro canto, aveva altri attributi a cui aveva pensato, dal momento che aveva conosciuto Rupert, gentilezza e sincerità erano i principali, mancava la stabilità economica, ma lei aveva avuto immediata fiducia nel ragazzo che stava dividendo con lei il primo incontro sotto le coperte tra due adulti consenzienti. Potrà sembrare strano ma, e questo lo scoprirono pochi anni dopo, mentre stavano facendo l’amore, ed a Rupert uscì spontanea la confessione che gli sgorgò forte dall’anima che “… il profumo della tua pelle mi ha fatto sempre impazzire, mi ha rivoltato la parte più profonda del mio animo, era come odorare rose selvatiche, gelsomini, l’essenza più assoluta e più pura della femminilità, che mentre facciamo all’amore sto già pensando alla prossima volta. Essere dentro di te non è mai sufficiente, non mi basta, vorrei entrare dentro di te con … tutto il resto del mio corpo. Quello che c’è ora non è sufficiente, non basta. Aveva ragione Platone, quando nel Simposio uno dei suoi personaggi, Aristofane, dice che l’amore per la donna amata è la ricerca dell’altra metà, da cui era stato in precedenza separata, e una volta ritrovatala, non vuole più staccarsi perché gli amanti, una volta ridiventati tali, sono un solo ed indivisibile corpo. Si complementano.
Aprirono la porta, chiudendola accuratamente e dando due mandate alla serratura, e si trovarono direttamente nel salotto e di lì, istintivamente, senza alcuna esitazione, andarono direttamente nella stanza successiva, che scoprirono avere un gran bel letto matrimoniale. Tutto l’appartamento era arredato con gusto sobrio e semplice, con solo l'essenziale, con colori tenui alle pareti, un semplice giallo molto delicato e chiaro, sui pavimenti v’erano grandi tappeti persiani dai tenui colori e quadri alle pareti, ma prevalentemente acquerelli di scene di caccia alla volpe, di cavalli su bei prati verdi, o di cani che ormai non c'erano più e, sui vari mobili, vasi di porcellana di varia foggia, con fiori freschi di stagione e piccoli soprammobili d’argento, cornici con belle foto in bianco e nero di parenti e familiari del proprietario, segno distintivo ed inequivocabile di un proprietario benestante e proveniente da famiglia con antiche tradizioni e tanto buon gusto estetico. Si guardarono negli occhi e ammiccarono, sorridendo ma senza esagerare, ma compiaciuti della fortuna che gli stava capitando, di avere a loro totale disposizione un bel nido per il loro primo incontro, un luogo che dava loro tutta l’intimità ed il tempo necessari per finalmente conoscersi meglio e … più a fondo. Un appartamento piccolo, ma decisamente molto bello, molto ben tenuto e attraente, caldo, confortevole, con tutto ciò che un giovane colto e raffinato potesse aver bisogno. Tutte le stanze erano in perfetto ordine e pulite, perché il fortunato proprietario aveva anche chi settimanalmente gli metteva a posto il tutto. Le finestre del soggiorno, come pure la camera da letto, davano su un giardino retrostante alla palazzina nella quale, al primo piano, erano quel giorno Rupert e Claire. Era ben tenuto e con un bel prato ampio e spazioso e con tanti fiori di stagione ai lati ed al centro, che sembrava un quadro di un impressionista francese, il giardino era anche piuttosto grande e spazioso, con anche una parte coperta di grossi ciottoli sulla quale c’era un bel tavolo in ferro battuto e circondato da sei sedie, immaginarono per fare dei cocktail in estate e delle cene nei pomeriggi domenicali quando invitava i suoi più cari amici. Nel giardino c’erano anche degli spazi coltivati a piante aromatiche (rosmarino, salvia, erba cipollina, ecc.) che erano utili al loro amico per rendere più saporiti e gustosi i piatti che lui cucinava. Aveva anche dei filari di lamponi e piante di rabarbaro, che spesso allietavano e rendevano più gustosi i loro pudding. L’amore per la buona cucina e per le piante aromatiche lo aveva appreso da prima di lasciare la casa paterna, da sua madre in particolare, che gli aveva raccontato di aver avuto da piccola, nella casa dei nonni dove era cresciuta, un cuoco molto capace e tanto bravo che aveva fatto dei brevi corsi di cucina in Francia. Sin da quando era piccolo, sua madre, lo coinvolgeva nell’ esecuzione di piatti e gli spiegava, come per un nuovo gioco, coinvolgendolo nella bellezza, nell’importanza e nella bontà del mangiare bene – perchè noi siamo anche ciò che mangiamo e beviamo- e, passo dopo passo, come si arrivava ad avere un risultato finale ottimo. Gli parlava anche dell’origine delle ricette, dei singoli ingredienti, dei modi e tempi di cottura, ma senza mai esagerare, senza mai forzare, senza insistere, lei era bravissima a controllare, volta per volta, il livello di interessamento del suo adorato figlio. Gli assaggi erano continui, così come lo scambio di opinioni. La mamma lo capiva e lo intuiva dall’intensità e dalla qualità delle domande che suo figlio Jack le faceva. Durante questi incontri entrambi si divertivano tantissimo, tanto che si dimenticavano del trascorrere delle ore. Gli altri membri della famiglia ne erano, incredibile a dirsi, gelosi.
Jack era il proprietario della magnifica dimora, che Rupert e Claire stavano momentaneamente ammirando e godendone la sobria, elegante, raffinata e calda atmosfera. In cuor loro, com’ è facilmente comprensibile, senza pensare di confessarlo all’altro, speravano che il pomeriggio non sarebbe mai finito, che il tempo si potesse, come per incanto e per magia, fermare, arrestare per tutta la durata del loro primo incontro.
Rupert le chiese ad un certo punto, tanto per rompere il ghiaccio, che nel loro caso era più incanto frammisto ad ammirazione relativo a dove si trovavano, che altro, se volesse bere qualcosa, se avesse sete. Lei lo guardò negli occhi in un modo tanto amorevole ed incantato, con un tono tipico di chi è a proprio agio ed è sprofondato in pensieri importanti e vitali, con una vocina tenue ed esile, che lui restò come sorpreso dalla dolcezza e dalla grazia delle parole di Claire, “… no grazie, non per ora. Forse …dopo”. Aggrottando le ciglia e guardandolo dal basso verso l’alto e accennando un timido sorriso. L’intervallo tra «forse» e «dopo» fu molto più lungo di quanto ci si aspettasse in una normale conversazione, l’emozione era forte ed il significato della lunga pausa fu chiara ad entrambi e scoppiarono in una calda, complice e dolce risata.
Lei si rese conto, compiacendosi, del suo … coraggio, forse anche un po’ della sua sfacciataggine, si potrebbe definire, ma ne rimase anche un po’ orgogliosa. Non voleva essere considerata come la solita donna, timorosa del maschio e di che cosa lui avrebbe pensato di lei, se lei avesse detto certe cose prima di lui, se lei avesse dimostrato di essere a conoscenza di certi fatti della vita e ne avesse apertamente parlato o solo accennato. In quegli anni, pochi dopo la fine della guerra, solo i maschi ne potevano parlare, i costumi e la morale erano ancora parecchio vittoriana, se solo lo avessero voluto ma, data la loro proverbiale e ben nota discrezione e riservatezza, era raro trovarne che ne avrebbero fatto oggetto di conversazione. In quei tempi di sesso o di erotismo non si parlava, era un argomento troppo particolare, era taboo, il pensiero vittoriano era ancora forte e presente, era quasi un tabù. Di certe cose semplicemente non si parlava, non si discorreva in pubblico, ne potevano parlare solo i maschi, specialmente al pub.
Rupert si scosse dal relativo torpore nel quale era temporaneamente sprofondato, anche se era andato all’appuntamento con animo, si potrebbe dire vigile, attento e guardingo, non voleva deludere, voleva conquistare Claire, di farla solo sua, non voleva lasciarsi sfuggire l’opportunità che la fortuna gli aveva dato. Rupert la guardò negli occhi e notò che i suoi incominciarono per primi a sorridere, per una sorte di velata complicità, seguiti dal resto del suo viso, le si avvicinò e, allungando le mani, prese quelle di Claire, che erano calde e morbide, non fredde e tremanti come aveva temuto per qualche istante, le avvicinò lentamente e, mentre la fissava guardandola negli occhi, cercando di cogliere il minimo segno da leggere per cercare di interpretare il suo pensiero, avvicinò le mani alle sue labbra, sulle quali depose un dolcissimo, timido, lento, tremulo, ma intenso e caldo bacio. Erano entrambi molto emozionati, e stavano leggermente tremando dalla paura di quello che stavano facendo e di quello che sarebbe successo. In quegli anni era abbastanza inconsueto per una giovane coppia trovarsi soli in un appartamento. Claire, che stava mostrando di apprezzare, con un semplicissimo sorriso ma in modo abbastanza chiaro, il semplice e prevedibile gesto, del resto molto sensuale di Rupert, avvicinò lentamente la sua guancia destra a quella di Rupert, che previdente, quella mattina si era rasato particolarmente bene, e si era anche parecchio profumato usando una lavanda molto dolce, la Atkinson. Proprio come fa una giovane mamma con la sua creatura, quando questa, man mano che cresce, diventa sempre più paffutella e più morbida.
Si toccarono e si strofinarono le guance accarezzandosi, e passarono ad un bacio di quelli dolci e teneri ma veri, ma con il cuore che le batteva in gola, un formicolio al volto e un fuoco che ardeva in fondo al ventre. Le diede un bacio sulle labbra, che poi lentamente si trasformò in uno alla francese. Claire aveva labbra leggermente carnose e il bacio fu così più passionale ed efficace, più pervadente, perché riesce a trasmettere meglio il piacere che si prova e che si vuole trasmettere. Rupert non riuscì a frenarsi, il desiderio era irrefrenabile e la passione eguale, e fece lentamente scivolare la mano destra verso il fondo schiena di Claire, che lo lasciava fare perché era quello che in fondo voleva. Rupert arrivò alla cintura lampo che teneva su la gonna, e la spinse in basso sino alla fine della sua breve corsa di una decina di centimetri. Lei allo stesso tempo gli infilò le mani al di dentro della giacca e le passò sotto le ascelle per abbracciarlo e stringerlo a sé meglio. Solo allora capì quanto robusto fosse il suo uomo, quanti grandi fossero i muscoli ben scolpiti della schiena, ben evidenti e tesi, e la larghezza delle spalle. Le mani di Rupert scesero ancora più giù, arrivarono alla sottana di morbida seta che, però, partiva dalle spalle, timidamente portò le mani alle spalle e prese le spalline della sottana e lentamente gliela tolse. Lei gli stava sbottonando la camicia, lui le stava finendo di tirar giù la sottana e passò al reggiseno, lei gli tolse prima la giacca e poi la camicia, lui passò allo sbottonare il reggiseno e a questo punto lei lo bloccò e gli disse di andare sotto le coperte. Lui accostò le tende creando una penombra che era molto romantica e si avvicinò al lato destro del gran letto. Lei andò dall’altra parte. Lui lentamente si tolse i pantaloni, iniziando a fischiettare, ma riuscendoci molto male, per coprire la fortissima emozione, i battiti cardiaci erano certamente uguali a quelli che aveva mentre si trovava in barca e remava, poi si tolse le scarpe, quindi i calzini, la canottiera e, restando in mutande, si infilò poi nel gran letto. Lei restando in reggiseno e mutande fece altrettanto. Le lenzuola erano di un morbidissimo e costosissimo cotone, erano fatte di una qualità che si chiama “pelle d’uovo” tanto è morbido come se fosse seta. In un istante i due corpi si cercarono e si abbracciarono, gli occhi si cercarono e ognuno cercò e trovò nel profondo dell’altro quello che stava cercando. Lui passò sopra di lei, lei si tirò giù le mutandine e tirò giù anche quelle di Rupert, che standogli sopra, e abbracciandola da sotto le ascelle, avrebbe avuto difficoltà a togliersele. Ma, anche se Rupert ci avesse provato a togliersele, lei lo avrebbe fermato, lei non glielo avrebbe permesso, voleva essere lei la prima a toglierle all’uomo della sua vita, lei lo aveva deciso da tempo che lui sarebbe stato l’unico uomo che gli avrebbe dato una famiglia, dei figli, una casa. Lo aveva capito dopo poco il loro primo incontro. E aveva deciso che non avrebbe neppure potuto immaginare il cercare, se da qualche altra parte ci fosse stato, fosse esistito qualcun altro che avrebbe potuto fare concorrenza al suo Rupert, che fosse stato più dolce, più colto, più amabile, più gentile, più affettuoso ed attraente o con un migliore e più promettente futuro. Aveva deciso, ne era certa. Le era bastato l'istinto, che le femmine hanno molto più sviluppato dei maschi. Perché Claire era una donna decisa, che sapeva il fatto suo, l’educazione che aveva ricevuto anche lei, come Rupert e Ian, le aveva instillato autostima innanzitutto e sicurezza di sè e delle proprie capacità, delle proprie possibilità e potenzialità, perché anche lei aveva alle spalle una famiglia che l’aveva, sempre amorevolmente, seguita nei suoi studi, come nella vita sociale, ne avevano sempre parlato e discusso con entrambi i genitori, anche con le lunghe lettere che si scambiavano regolarmente, settimanalmente. Lettere nelle quali si raccontavano, nei dettagli, gli eventi salienti della settimana precedente. Pagine intere su affari di cuore, con tutti i potenziali ed auspicati sviluppi, pagine sugli studi e sui prossimi esami oppure sull’alloggio che divideva con delle altre studentesse ed i rapporti che aveva con loro, del carattere e delle inclinazioni dei singoli, sulle loro famiglie, oppure di che cosa avevano mangiato, portata per portata a cena a casa di amici, qualche sera prima o di come avevano trascorso il week-end precedente. Avevano anche parlato di sesso e di come avvicinarcisi, e delle precauzioni fisiche e specialmente psicologiche da usare. Queste ultime sono infinitamente più importanti di quelle fisiche, senza una attenzione alle implicazioni emotive il rischio di ritrovarsi con la persona sbagliata sarebbe stato molto grande. Troppo grande per non essere attenti e cauti.
Quando finalmente incominciarono a guardarsi, l’atmosfera cambiò subitaneamente, entrambi diventarono molto seri e i loro occhi non nascondevano all’altro la tenerezza e la gioia di essere finalmente soli e abbracciati, stretti in un luogo magico ed unico, senza occhi ed orecchie estranee, il mondo intero era per magia scomparso. Il corpo di Claire era molto armonico, pelle chiara e rosea, tipica di una giovane ventenne che ha visto poco il sole, con dei bei seni e delle belle e lunghe gambe atletiche. Anche Rupert aveva un bel corpo, era molto alto e con la pelle molto chiara, pelle che molto raramente aveva visto intensi raggi solari, molto muscoloso con mani robuste e muscoli addominali pronunciati ed evidenti. Un vero atleta di gare olimpiche.
Il suo vigore fu ben presto evidente e, sebbene fosse il loro primo amplesso, fu molto soddisfacente e appagante, e si amarono tanto teneramente, attenti al piacere dell’altro più che al proprio, l’armonia che trovarono e che scoprirono di aver trovata, fu grande e intensa. Lui entrò in lei lentamente e dolcemente, senza grosse difficoltà, lei gli raccomandò una sola cosa, di non fare una galoppata e di non aver fretta, ma di andare lentamente, lui infatti la aspettò, riuscì a non aver fretta e si controllò benissimo, e dopo qualche minuto, prima lei, e poi subito dopo, lui arrivarono al culmine. Ebbero un magnifico e tenero orgasmo, che li soddisfò entrambi, ma molto più psicologicamente che fisicamente, e si strinsero ancora più forte di prima. Si sentirono e si videro entrambi molto emozionati, sudati e quasi in lacrime, perché fu una bella fortuna, alla loro la prima volta che facevano sesso, che i loro corpi e le loro menti si erano unite e conosciute, ad appagare e non deludere l’altro. Ma era, semplicemente, ciò che entrambi avevano deciso e volevano dare all’altro.
Fortemente speravano che l’altro fosse la persona predeterminata, ma non doveva scoprirlo subito, altrimenti se ne sarebbe approfittato, si sarebbe preso un vantaggio che avrebbe potuto gestire comodamente a proprio piacimento. Nei loro pensieri prima dell’arrivo e dell’incontro, stranamente, entrambi si erano messi a ripercorrere la loro breve vita, ed elencarono e ripercorsero le tappe più importanti, come se un imprevisto e decisivo evento si stesse per verificare, anche se i lustri vissuti da entrambi erano in numero inferiore a 4. Ma, in ogni caso, entrambi capirono che quell’incontro sarebbe stato molto importante, e che lo avrebbero ricordato a lungo, perché assieme volevano creare ed iniziare qualcosa di duraturo, entrambi fortemente credevano ciecamente, e in una forma ed in un modo quasi istintivo, nell’altro; sebbene si conoscessero da poco, ma c’era qualcosa di magico nel loro incontro.
Tanti loro amici avevano parlato e narrato o raccontato di storie a loro note di conoscenti, durate solo pochi mesi, qualcuna forse addirittura anche lunga qualche anno, ma entrambi, stranamente, senza averne preventivamente discusso si ritrovarono a condividere il desiderio di volere un’unica storia, un’unica liaison, un’unica ed eterna love story, non volevano fare esperienze, prima di unirsi spiritualmente e poi fisicamente con un altro. Non credevano nè aspiravano a cambiare partner, trovavano questa abitudine, questa moda, questo modo di fare o di agire, alquanto strano, per loro c’era un amore e solo uno, con una donna, una sola, non cambiamenti nè ripensamenti, mai tentativi, mai solo approcci o tentativi per vedere come va. Loro furono molto ma molto fortunati, fu il caso, il caso che determina come sempre e decide il tutto ciò che ci circonda, da quando apriamo, per la prima volta, gli occhi a decidere il corso delle nostre vite, fino all’ultimo giorno, fino all’ultimo respiro.
Era come se si stessero cercando da sempre e, come per incanto, si erano, senza accorgersene ed improvvisamente, trovati, uno di fronte all’altro. Era, infatti, bastato guardarsi per una sola volta negli occhi, nei loro profondi sguardi che erano davvero pieni di comprensione e significati, imploranti amore, comprensione, affetto, nostalgia, responsabilità, contatto fisico e spirituale. Forse perchè la guerra era finita da una decina d’anni e, tutto quanto la prima generazione, nata a cavallo degli anni a metà del secolo scorso, cercava era pace, un pò di benessere e prosperità, speranze di indipendenza ed opportunità lavorative, il minimo, ed amore. Molto semplicemente, e null’altro. Il tutto sembrava una favola. Era la loro favola che stava iniziando; la favola, così la potremmo definire oggi, di Claire e del suo Rupert. In effetti, loro non se ne resero mai perfettamente conto, ma solo il lettore se ne renderà conto, pagina dopo pagina, specialmente verso la fine della storia, i nostri due splendidi giovani, da quel giorno, non smisero mai di incontrarsi ed amarsi, volersi e cercarsi, studiare e lavorare, mettere al mondo bambini, amarli ed accudirli, cercare casa ed arredarla, fare lunghi viaggi da soli o con i loro bambini, vissero in definitiva quello che a molti potrebbe benissimo, in prospettiva, essere considerato una «vita da sogno» o un «sogno che dura una vita».
Quel pomeriggio passò come un lampo, non se ne accorsero che entrambe le lancette dell’orologio da polso, con vecchio cinturino in pelle nera, che Rupert aveva avuto regalato dal padre, avevano fatto tre giri completi. Quando distrattamente Claire, durante l’ennesimo abbraccio, si trovò a breve distanza dagli occhi il quadrante dell’Omega, che Rupert portava al polso destra, e mise a fuoco, prima restò un pò interdetta poi fece un breve urlo.
«Rupert, sono le sei, dobbiamo andare via, tra poco arriva il padrone di casa. Non mi piacerebbe affatto farmi trovare sola qui con te.»
Rupert saltò giù dal letto come un grillo, e in pochi istanti s’ infilò le mutande, corse al bagno, mentre se le stava ancora infilando, dove si lavò la faccia energicamente nel lavandino, se l’ asciugò e ritornò cercando il resto degli indumenti. Lei fece altrettanto e, dopo pochi minuti, forse appena due, furono entrambi fuori del flat e nella strada. Si avviarono alquanto silenziosi verso la fermata dell’autobus, principalmente perchè l’improvvisa fine del loro primo, vero, semplice, candido e straordinario incontro, aveva interrotto il loro sogno. Lo avevano vissuto, senza che se ne rendessero conto, come un vero e proprio sogno ad occhi aperti. Ma mentre i sogni, quando si interrompono improvvisamente, ti lasciano un leggero stordimento che, dopo una decina di minuti svanisce, quel pomeriggio li aveva invece lasciati come se stessero camminando su delle soffici nuvole.
Si avviarono, mano nella mano, alla fermata dell’autobus, parlarono poco nel tragitto perchè il bus era alquanto pieno, dovettero viaggiare in piedi, furono separati da quanti salirono dopo di loro, e ad ogni fermata ne saliva più di quanta ne scendeva e ogni volta i loro occhi si cercavano nella folla dei passeggeri, si scambiavano occhiate dispiaciute dalla momentanea ma imposta separazione, potevano fare ben poco per evitarla, dovevano e potevano solo subirla; avrebbero voluto trascorrere quei minuti uno negli occhi dell’altro, poichè le loro narici, le loro labbra, la loro bocca, la loro pelle, le mani avevano il gusto ed il profumo dell’altro intriso nel proprio. I loro odori durante tutto il tempo trascorso a letto erano passati da un corpo all’altro ed erano anche penetrati indelebilmente nella memoria olfattiva dell’altro.
Dopo uno scambio di lettere con il padre, il fine settimana successivo decisero di trascorrerlo a casa dei genitori di Claire, nelle quali aveva lungamente descritto l’incontro con Rupert e della grande simpatia nata tra i due, con parole calde e convincenti, con pagine di pura delizia per gli occhi ed il pensiero di genitori lontani, che seguono a distanza e con una certa trepidazione ed ansia la figlia che ha iniziato un percorso nuovo di vita che la porterà, dopo 4 anni, alla laurea e poi ad un lavoro. Claire aveva sempre avuto la piena fiducia e la stima del padre, col quale aveva un rapporto particolare , speciale ed intenso, lei gli raccontava tutto, e la loro sintonia e comunanza di vedute era ottima, l’ideale per una giovane donna e per il suo genitore. Il sabato successivo di mattina presto Claire e Rupert si incontrarono in città e si recarono alla stazione dove presero il treno per la parte est del paese. Il viaggio fu molto piacevole, la giornata era autunnale, ma soleggiata, passarono attraverso la campagna, in quella stagione tutta prati di un verde brillante e allevamenti di pecore e mucche, oltre a leggere ed ondulate colline, che lasciando Oxford e attraversando tutta la contea, entra nella zona del South Glocestershire, per poi passare nel Somerset, poi Devon quindi la Cornovaglia. Il viaggio fu molto tranquillo, il teno era semi vuoto, la loro conversazione, avendo per la prima volta tanto tempo a disposizione, come non era mai successo dal loro primo incontro, fu molto illuminante per entrambi. Riuscirono a passare dalle considerazioni sul clima di quel giorno e di quelle settimane, dalle lezioni che frequentavano, ai loro professori, per poi arrivare agli argomenti che stavano loro a cuore ai quali ci arrivarono un po’ per volta. Entrambi esitavano, a tratti tossivano, piccoli colpetti, segnali di evidente emozione ed imbarazzo, brevi risatine imbarazzate, occhi e sguardi che spesso roteavano per andare verso il finestrino ed a quanto si poteva vedere scorrere, perché non riuscivano a contenere la tensione e l’emozione. C’era anche una consapevolezza dell’inadeguatezza, data la loro giovane età e la loro prima esperienza amorosa, di quanto loro si sarebbero detti, ma di una cosa erano certi, che quanto era accaduto pochi giorni prima, non era stato un evento occasionale privo di significati e di conseguenze. Discussero anche di cosa avrebbero dovuto dire ai genitori di Claire, sapevano che sarebbero stati interrogati, in modo amabile, discreto e cortese ma poco inquisitivo, senza interferire troppo, erano degli adulti e alla fine degli studi universitari sarebbero stati maggiorenni, quindi liberi di decidere. Claire sapeva che il padre avrebbe chiesto a Rupert, probabilmente a quattrocchi, notizie sulla sua famiglia allargata, sui genitori e sulle loro attuali occupazioni, ma sempre con un atteggiamento e con un tono della voce caldo ed accogliente, che mette a suo agio chiunque è fatto oggetto di domande, che possono apparire curiose e imbarazzanti, ma senza voler essere troppo inquisitivi. Dopotutto era solo un giovane che, dalle lettere che Claire aveva inviate a suo padre, era diventato una figura estremamente importante nella vita presente della figlia.

Capitolo 6

Il treno, puntuale, arrivò alla stazione di ………….. e ad accoglierli trovò il padre che, non appena Claire lo intravide tra i tanti in attesa sulla piattaforma, gli corse incontro, e gli saltò letteralmente al collo. Si scambiarono un bacio lungo e forte sulla guancia e abbracciati fecero un giro completo su loro stessi. Alla fine Claire presentò al padre il suo compagno di viaggio, in un modo molto formale, che sembrò alquanto fuori del contesto gioioso e molto allegro di un istante prima:
“Papà questo è Rupert, … il mio fidanzato, e Rupert … ti presento il mio amatissimo padre” disse Claire con un tono molto allegro e quasi sorridente, tanta era la sua gioia per l’incontro che i due uomini più importanti della sua vita avevano appena fatto.
“Sono molto onorato, figliolo, di conoscerti, Claire mi ha solo parlato, anzi mi ha scritto, molto bene di te” disse Stephen, con voce calda ed accogliente e tono di gran benvenuto e che guardò Rupert diritto negli occhi e notò subito lo sguardo intelligente ed orgogliso del giovane che aveva di fronte, e notò anche la sua corporatura atletica e le sue grandi spalle, oltre alla sua altezza.
“Signore solo felicissimo di conoscerla e spero solo che Claire nelle sue lettere non abbia esagerato” rispose Rupert con un tono serio ed adatto per il delicato e importante momento delle presentazioni, ma non nascondendo una certa emozione ed imbarazzo per il delicato momento.
“ Adesso bando ai preliminari, avete fatto un buon viaggio?” chiese il padre, avviandosi verso l’auto che aveva parcheggiato appena fuori la stazione.
“Sì papà, ottimo, ... poi avevamo così tante cose di cui parlare che non ce ne siamo neppure accorti” rispose pronta ed impulsiva Claire.
Saliti in macchina, dopo una ventina di minuti attraverso strade sempre più strette e sentieri di campagna, dove le auto a stento ci passavano ed ogni tanto c’era un breve allargamento della strada per permettere, in caso di arrivo di incrocio con un’altra auto che viaggiava in senso contrario, di poter entrambe continuare la loro marcia. Una delle due, che era ovviamente quella che da poco aveva lasciato alla sua sinistra tale area, era costretta ad indietreggiare fino al raggiungimento della rientranza e far passare l’altra. Ma il tutto è fatto con la massima tranquillità e serenità, nessuna impazienza o nervosismo, nessun clacson è suonato, non ce n'è bisogno né necessità. Gentilezza e cortesia sono sinonimi di comportamenti da classico country gentleman, il tutto accompagnato da un leggero sorriso di entrambi i guidatori. Chi risiede in campagna non ha fretta, è più tollerante, è ben disponibile verso gli altri, ama la natura ed il suo silenzio, le persone e le cose, quindi se deve fermarsi e fare marcia indietro per lasciar passare un altro automobilista, lo fa senza alcun evidente problema nè fretta, e non interrompe neppure la conversazione che in quel momento stà tenendo.
Arrivarono a casa dei genitori di Claire passando attraverso un cancello di ferro battuto che delimitava l’ingresso alla proprietà, cancello che Rupert si offrì di aprire e si precipitò fuori non appena l’auto si fermò, per far passare uscendo dall’auto, una vecchia Minor nera, tenuta in buono stato. L’intera proprietà era circondata da un muro di pietre alto un paio di metri, grigio e ricoperto di secolare muschio verde data la stagione autunnale, e dopo poche centinaia di metri in auto si arrivò all’area antistante la casa che era ricoperto di ghiaia e dove si fermò l’auto per far uscire i preziosi e passeggeri, alta e anche abbastanza grande per accogliere figli e figlie con i rispettivi fidanzati oltre che ospiti vari. Arrivarono che era quasi l’ora di pranzo e dopo aver salutato anche la mamma di Claire, Rupert fu accompagnato alla sua stanza, dove depositò il bagaglio che si era portato per il week-end, e scese nel salotto per un drink che Stephen gli aveva offerto e che, grato, Rupert accettò con gran piacere ed un sorriso di gratitudine.
In salotto Stephen offrì a Rupert varie alternative, un whisky e soda oppure un gin e acqua tonica o più semplicemente un semplice sherry, e gli rivolse la prima domanda, con un tono distratto ed indifferente, che riguardava il futuro della figlia a cui teneva ovviamente molto. Il salotto dava sul giardino retrostante la casa, ed era molto ben arredato, confortevole solo a guardarlo, toni pastello dovunque, dalla moquette alle pareti, tanta luce vi entrava dal giardino, c’erano belle e comode poltrone coperte con tessuti floreali, rigorosamente antiche, bei tavolini e tanti bei quadri alle pareti, per la maggior parte scene campestri, fiori, cavalli e cani, case tra prati e dolci colline oppure scene della Cornovaglia, con rocce che degradavano a precipizio sul mare. Un salotto, che solo a guardarlo e ad entrarci, ci si sentiva comodamente a proprio agio e si aveva la netta sensazione di entrare in un ambiente caldo ed accogliente, rilassato e lontano miglia dalle banali e oziose problematiche della vita di tutti i giorni, abitato da persone buone d’animo e ben predisposte verso gli altri. Su uno dei tavolini c’era in bella vista un gran vassoio d’argento sul quale erano appoggiate bottiglie di varia foggia e colori, con accanto scintillanti bicchieri di cristallo di varia foggia, uno per ogni tipo di bevanda, un contenitore con del ghiaccio ed una specie di forbice pinza d’argento per prendere il singolo cubetto . Non appena gli porse il bicchiere:
“Claire mi ha detto, anzi mi ha scritto, che tu stai studiando letteratura inglese…”
“Sì è vero, la letteratura del nostro paese mi ha sempre molto attratto, sin da piccolo ho sempre amato leggere e mi piacerebbe moltissimo poter continuare con tale passione, studiando a fondo gli autori, principalmente inglesi, e poi anche quelli delle altre letterature.” rispose Rupert, un po’ distratto dagli oggetti che lo circondavano, ma sempre attento a quanto diceva Stephen.
“… e che il tuo futuro lo vedi nell’insegnamento magari nella stessa città. So che sia a Claire che a te Oxford piace moltissimo e che vi trovate benissimo.” continuò Stephen.
“Sì, è vero, Oxford piace moltissimo a Claire come a me, ci troviamo benissimo, è una città ricca di magnifici edifici medievali, ancora in ottime condizioni, come se fossero stati costruiti pochi anni addietro, piena di storia e la campagna intorno è semplicemente incantevole. C'è solo il clima invernale che lascia un po' a desiderare. E’ una città viva e piena di giovani che la rendono particolarmente attraente e piacevole da viverci. Non vorremmo trovarci o essere da nessuna altra parte, in nessuna altra città, abbiamo vivida l’impressione, quasi quotidiana di trovarci in una città che ci ama. E noi ricambiamo con altrettanto amore e attaccamento. “ completò Rupert.
Nel finire la frase, che sorprese piacevolmente Stephen, entrò in quel momento Kate, la mamma di Claire, che si avvicinò ai due e salutò Rupert, di nuovo affettuosa e gentile. La mamma era molto contenta, perché aveva avuto modo di parlare con la figlia, le aveva anche detto, con un ammiccante sorriso, che, secondo lei, era veramente un bel figliolo il suo Rupert, bel viso, fronte alta e bei lineamenti, occhi vivaci, profondi, sinceri e chiari.
Parlarono ancora per un bel pò, poi l’argomento passò agli interessi di Rupert, ma ciò accadde, mentre si recavano nella sala da pranzo, dove c’era un bel tavolo molto semplicemente apparecchiato, senza la tovaglia e con i piatti poggiati su dei quadrati un po' più grandi dei piatti stessi, fatti di sughero con su disegni di grandi anatre molto colorate, posate ai lati e senza tovaglioli, per un pranzo alquanto informale di un normale sabato, ma con ospiti di un certo discreto riguardo. Il pasto fu semplice e frugale, composto da un bel rotolo di prosciutto di maiale al forno con la crosta molto ben cotta, crucklin, ma non bruciata, che era stato preparato dal loro macellaio di fiducia, con un contorno di patate al forno e cavoletti di Bruxelles semplicemente bolliti con del burro sciolto dal calore che ancora hanno dentro. Innaffiato con acqua locale o della birra. In una caraffa dalla bocca molto aperta, un decanter, fu versata da una bottiglia di vino rosso del buon Bordeaux di pochi anni addietro. Il dolce fu una torta a base di rabarbaro e panna. Un pasto adatto alle semplici circostanze del momento, per una figlia che, mentre frequenta l’università, torna per una breve vacanza alla casa natale, in compagnia del suo amico, del suo amato, del suo uomo, del suo fidanzato, del suo compagno di studi; Rupert era, in quel momento, semplicemente tutto questo.
- “ Claire mi ha detto che ami molto la lettura, e sei un gran lettore, anzi un vorace lettore, di libri. Che cosa stai leggendo in questo periodo?
- Sono a metà della lettura dell’Idiota di Dostoevskij, uno scrittore che trovo straordinario, enigmatico e limpido, un romanzo che avvince e sgomenta, ipnotizza e provoca, un romanzo insieme luminoso e tenebroso, il cui nucleo è la passione. Capace di descrivere il mondo cittadino e rurale della Russia della seconda metà del diciannovesimo secolo, una storia ricca e piena di tanti personaggi, chi più chi meno tormentati da problemi esistenziali. Tutti con nomi ricchi ed altisonanti, indicati con il loro patronimico, e sono spesso indicati con vari diminutivi e vezzeggiativi, ripetuti spessissimo ogni qualvolta il personaggio interviene in una conversazione o è dall’autore indicato o menzionato in una qualsiasi altra azione. Sono così tanti i personaggi e le loro parentele che sono stato costretto, per non perdere il filo, a scrivere su di un foglio i nomi dei vari personaggi e le loro relazioni di parentela, fare anche una sorta di albero genealogico; nomi che, com’è d'abitudine in Russia, sono riferiti a volte per intero, a volte usando il diminutivo del nome, a volte usando il patronimico, a volte il cognome, e ogni volta bisogna fare uno sforzo, una ricerca, per capire chi è questo personaggio. Perchè sono spesso tanti i personaggi delle storie di Dostoevskij. E' indubbiamente faticoso seguire le storie di quest’autore, come di tutti i russi in genere. Ma sono spesso pagine intense, scritte benissimo, che si leggono e rileggono con estremo piacere. A volte le leggo più volte, e poi ci sono anche casi estremi in cui una pagina, particolarmente bella, la copio su un quaderno che uso per appunti di varia letteratura. Per poi rileggerla ogni tanto, per riflessioni di varia natura”. Rispose d'un botto Rupert, senza esitazione e dubbi.
- “Conosco Dostoevskij e ho, stranamente anch’io, da poco, iniziato a leggere un libro di un autore russo. Ho scoperto Anton Chekhov ed i suoi racconti, e me ne sono letteralmente innamorato, con pochi personaggi, e storie semplici concentrate in poche pagine. Affreschi di vita quotidiana della Russia del secolo scorso. Sono storie che ti fanno ben capire lo spirito di un popolo, la sua cultura, in special modo della povera gente, le loro sofferenze, i valori dell’epoca, in cui su tutto prevaleva l’onore, i privilegi che dovevano quotidianamente combattere, e senza alcun diritto dalla loro parte che li potesse proteggere.”
Dopo poco fecero l’ingresso nella sala da pranzo e la conversazione fu relativamente frivola, pochi argomenti interessanti furono toccati, più concentrati sul cibo e sulla sua bontà, sulla famiglia di Rupert e da dove provenisse, sul clima degli ultimi tempi, e sulle previsioni dei giorni successivi. Per Rupert fu una specie di “terzo grado”, ma se lo aspettava, Claire lo aveva precedentemente avvertito. Dopo pranzo, la mamma di Claire suggerì una bella e lunga passeggiata tra i campi, disse per meglio digerire, e respirare un po’ di aria fresca, campi che per miglia si estendevano alle spalle della loro proprietà, attraverso sentieri larghi appena mezzo metro, sufficienti per far passare una persona, ma ben segnati su mappe appositamente predisposte dalle autorità locali. Gli diedero anche un bel paio di “wellingtons”, stivali di gomma verde, indispensabili per le passeggiate tra i campi, che trovarono in bella fila sotto l’attaccapanni che si trovava all’ingresso della parte posteriore della casa. Ce n’erano almeno 5 paia di varie dimensioni, e tutti ovviamente molto infangati. Di un fango scuro, duro e resistente, vecchio di anni, mai tolto e che era diventato parte integrante del singolo stivale. Dal nulla sbucò e si infilò tra le gambe di Rupert anche un bellissimo Labrador, con un lungo pelo color miele d’acacia, apparso dal nulla, era Paul, il vecchio cane di famiglia. Normalmente Paul se ne stava a riposare nella sua cuccia, che era una grande cesta di vimini, con dentro un bel cuscino rotondo, e che si trovava nella stanza dove c’era la lavanderia a pian terreno, ma dormiva sempre con un occhio semi aperto. Non appena Paul avvertiva che, in giro per la casa, c’erano persone a lui sconosciute, usciva dal cesto e, correndo, arrivava in pochi istanti. Iniziava a circondare ed annusare il nuovo arrivato, come fosse una danza rituale, voleva capire innanzitutto se era un amico, e poi cominciava ad agitare in un modo abbastanza violento la coda. La scena, dolcissima, durava un paio di minuti, perché la sua bellezza era una forte attrazione per chiunque, che inevitabilmente si abbassava, e sorridendo accarezzava a lungo, cominciando dalla testa, lo splendido esemplare che si trovava davanti.
Indossarono ognuno un pesante giaccone ed in quattro si incamminarono verso un sentiero poco distante, che si inoltrava in una proprietà privata ma libero di essere attraversato da chiunque, sia per continuare la conversazione sia per respirare aria fresca. La passeggiata fu bella e lunga, durò più di un’ora. Alla fine si sentirono ben rinvigoriti, avevano quasi certamente iniziato una bella digestione e poterono ammirare il panorama che man mano si trovava davanti; scorci di costa frastagliata e pendii scoscesi, vento teso, frizzante e forte, gabbiani che volavano tra la terra ferma ed il cielo. Un mare color blu intenso e increspature alte lunghe e minacciose. Si vedevano, anzi si riuscivano a scorgere solo poche imbarcazioni in lontananza, pescatori pomeridiani, quelli che per hobby vanno a caccia di sgombri, di cui la costa della Cornovaglia è ricca. Usano lenze molto lunghe con almeno una dozzina di ami ed esche adatte, e se è l’epoca dell’anno giusta, bastano pochi minuti, alla giusta profondità, per tirare su chili di sgombri. I pesci sono buonissimi e appetitosi di almeno tre etti o anche più, perché freschissimi, fatti alla brace con una semplice insalata mista come contorno, rappresentano una ottima cena.
Stephen si avvicinò a Rupert e gli disse che inavvertitamente lo aveva sentito fischiettare un motivetto che gli era parso di riconoscere, gli era sembrato che fosse un’aria dal Flauto magico di Mozart. Rupert confermò dicendo:
“Sì, è vero, era dal Flauto magico, è un’opera che mi piace moltissimo, l’ascolto spesso, è una musica incantevole, è un capolavoro assoluto. E mi capita spesso di ritrovarmi inavvertitamente a fischiettare qualcuna delle sue arie più melodiose e che meglio si ricordano.”
“Anche a me piace molto la musica classica, è così rilassante e sposa benissimo l’atmosfera che si respira vivendo in campagna. La musica moderna è molto meno interessante, mentre un’opera lirica od un quartetto per archi, magari di Beethoven o di Schubert, ti predispongono verso la vita in un modo più tranquillo e rilassato.” rispose Stephen, guardando un gruppo di uccelli che si stava librando in volo poco distante dai loro passi.
“Indubbiamente i quartetti ti fanno riflettere, anche se involontariamente, su problematiche quasi metafisiche, l’introspezione è inevitabile e il susseguirsi delle idee musicali, che parte dai violini, poi passa alle viole, e poi infine ai violoncelli, che hanno ognuno un loro particolare significato, che scaturisce dal loro particolare suono, e tocca l’animo del singolo ascoltatore; ognuno avverte sensazioni diverse, difficilmente traducibili con parole, che sarebbero banali. Questa è la bellezza dell’ascolto della musica classica.” rispose Rupert con un tono molto convincente.
“La musica classica dovrebbe essere insegnata scuola, a incominciare dalle elementari, non come nei conservatori, dove si impara a suonare uno strumento in particolare, ma dovrebbe almeno una volta alla settimana avere un ora dedicata la prima metà all’ascolto e la seconda ad una discussione sull’autore, sul pezzo ascoltato, sulle sensazioni provate ecc. Farebbe benissimo a tutti gli studenti, senza alcuna ombra di dubbio. E non sarebbe una attività relegata a qualche ora distratta a fine settimana quando si ha un po’ di tempo libero.” disse Stephen convinto della bontà del suo pensiero.
-“I grandi della musica non possono essere relegati alle sole sale concerti o teatri, che oltretutto sono care e con posti mai sufficienti. Dovrebbero essere divulgati più spesso e più in profondità i loro capolavori, non essere una musica riservata ad una élite, sono convinto che le società, in genere, ne beneficerebbero enormemente. Tutte le democrazie ne avrebbero vantaggi e le popolazioni vivrebbero certamente meglio, meglio predisposti verso il prossimo, innanzitutto. ” disse Rupert
-“La musica classica meglio predispone gli animi verso i terzi, rende chi l’ascolta più ricchi, più colti e a mio avviso più buoni, più comprensibili, più sensibili, se solo pensiamo al grande ed immenso Bach, ci rende tutti meno aggressivi, più riflessivi, più disponibili al dialogo, funziona come un calmante. Perchè la musica è di tutti per tutti, vitale e necessaria, essa unisce, ispira, conforta, educa e armonizza. Interroga costantemente l'essere umano, facendolo viaggiare nel profondo di se stesso. Se inseriti in un'orchestra porta i giovani a costruire un'etica ed un senso del gruppo. Insegna la fondamentale disciplina dello stare assieme ed essere un gruppo. Guida gli individui di ogni latitudine del pianeta, e di ogni credo politico e religioso, vero l'intesa ed il perdono. Bisogna rendere la musica sempre più accessibile e familiare e va segnalato il suo valore centrale ed irrinunciabile nella nostra esistenza. Potrà sembrare una banalità, ma non ho mai sentito parlare di reati, di omicidi, di assassini commessi nel mondo delle sale da concerti o dei teatri lirici, nel mondo dei compositori o degli esecutori. Sono dei grandi artisti, persone sensibilissime che sono capaci di regalare tanto all’umanità che li circonda, persone spesso molto generose, che hanno vissuto vite piene di sacrifici e sofferenze, che si sono accontentate di molto poco, e spesso sono vissute nella povertà o che sono morte dimenticate, ma che ci hanno dato in cambio tantissimo e per l’eternità, capolavori che, per tutti i milioni di appassionati, per definizione, sono immortali a tutti gli effetti.” rispose semplicemente Stephen.
A commentare questa opinione di Stephen, Rupert si ricordò che, il giorno prima, mentre ascoltava alla radio, un concerto in diretta dalla Royal Albert Hall in programma c'erano una ouverture di Rossini, una sinfonia di Mozart ed il Triplo concerto di Beethoven. Sia durante l'esecuzione che alla fine era completamente rapito dalle melodie e dalle atmosfere che arrivavano attraverso le orecchie direttamente alla sua anima, alle sue cellule. Si chiese come potesse una persona normale di media cultura vivere senza l'ascolto di tali incantevoli suoni, che abbracciano e coccolano, ti stringono e ti accarezzano, ti ammaliano e ti lusingano, ti scuotono e ti strappano dalla terra o dalla sedia sulla quale sei seduto, ti stordiscono e ti fanno arrivare rivolini di lacrime incontrollabili ed irrefrenabili ai tuoi occhi. Gli occhi, che sono lo specchio dell'anima, non possono tradire quella che è la sola verità, sei preso come un fuscello e trasportato in luoghi sconosciuti e impenetrabili, mistici e sovrannaturali, in quella regione della mente di cui sappiamo solo l'esistenza, ma che non potremo mai riuscire a toccare, a penetrare o cercare di capire. E' come se volessimo cercare di arrivare al nucleo centrale dell'animo umano. Impossibile. Solo da segnali indiretti possiamo cercare di capire ma, in parte ed indirettamente, dai sogni e dalla loro interpretazione, che cosa ci fa piacere, che cosa ci fa' soffrire, che cosa e chi amiamo. Ma l'interpretazione delle nostre emozioni, delle sensazioni di piacere che avvertiamo o crediamo di attribuire all'ascolto della grande musica, cosiddetta classica, di quei suoni che escono da antichi strumenti a fiato, a corde, pizzicati o soffiati, come violini, violoncelli, trombe e clarini, quelle note messe in fila da straordinari e geniali compositori, unici veri creatori di miracoli per l'animo umano, soli rimedi alle miserie ed alle infinite e banali azioni quotidiani. Il commentatore del programma nell'attesa dell'inizio del concerto parlò un po' delle opere e della vita di Beethoven e di vari aneddoti della vita del sommo musicista, e tra le tante frasi a lui attribuite o estratte dai suoi epistolari, ce ne era una che aveva particolarmente colpito Rupert e cioè che “... noi musicisti siamo gli esseri più vicini a Dio. Cantiamo le lodi del Signore. La musica è il linguaggio di Dio, noi sentiamo la sua voce e leggiamo le sue labbra,...”.
Si trovarono concordi senza nemmeno accorgersene, camminavano tra i sentieri e parlavano di musica, e guardando un po’ dove mettevano i piedi evitando buche o pozzanghere, un po’ strappando qualche alto ciuffo di pianta spontanea che costeggiava la loro passeggiata, scoprirono di avere entrambi la stessa visione dei benefici che ne sarebbero derivati ai giovani d'oggi ed anche non più tali, se avessero semplicemente ascoltato di più la grande musica classica. Rupert, ricordandosi poi che, in quel periodo, all’Università ed in città incominciavano a circolare i primi dischi a 45 giri di musica rock che, quasi certamente, non erano ancora arrivati nella tranquilla e serena Cornovaglia, aggiunse:
“Dagli Stati Uniti sta arrivando un nuovo genere musicale che è spesso molto rumoroso e con ritmi eccessivi. Cantati da gruppi di 3 o 4 giovani come noi, in genere con 2 o 3 chitarre ed una batteria, e ad un volume abbastanza più alto del normale, le nuove canzoni sono spesso urlate, e i componenti della band sono vestiti in modo molto difformi di quelli ai quali siamo stati abituati da decenni, abiti molto aderenti e lucidi e capelli pieni di brillantina. L'anticonformismo più totale è imperante. Claire ed io, abbiamo notato che, quando i dischi di questi gruppi o complessi sono suonati con questi giradischi moderni, alti quanto uno scatolone, chiamati juke box, come sono anche chiamati, c’è nell'aria una sorta di maggiore eccitazione, maggiore elettricità, come se si trattasse d’una carica di maggiore ... energia, ecco energia è la parola giusta, immensamente ed incomparabilmente di più delle serate quando si suona una musica più tradizionale. Le nostre orecchie e i nostri timpani, non sono abituate a tali rumori. E i giovani si comportano in un modo alquanto strano, si muovono in un modo che noi definiamo eccessivo, ossessivo, e che gli amanti degli altri generi musicali, francamente non gradiscono. Almeno per ora.
Disse Rupert, guardando in lontananza e pensando alla fortuna che aveva avuto a trovare Claire, la sua Claire di cui, da qualche momento, nel mentre diceva la frase precedente, si era reso conto di essere teneramente innamorato e che gli sarebbe piaciuto, lì, in quel momento, in quel luogo, teneramente abbracciarla e stringerla a se; e, come accavallandosi la parola al pensiero, in una di quelle magie del nostro cervello quando si è innamorati, quando si è in uno stato di serenità e felicità, riuscendo a stare una sopra l'altro, camminava come se d'improvviso fosse più leggero. Ma tale stato di felicità, quando raggiunge livelli elevati, non può durare a lungo, la mente non riesce a sopportarlo, bisogna volgere il pensiero ad altro, proprio come con il dolore. Solo che nel dolore quando è molto forte ed intenso, il corpo si difende perdendo i sensi. Nello stato di felicità e di piacere bisogna invece razionalmente e volontariamente mettersi a pensare ad altro, concentrarsi su quanto ci circonda, ad espio.
- “Speriamo che tale fenomeno sia solo passeggero, che sia solo una moda e che duri poco, senza lasciare cattivi segni nelle nuove generazioni.”gli risponde Stephen, con un tono abbastanza preoccupato, ma molto riflessivo.
Mentre Stephen e Rupert stavano parlando e continuavano a discutere di musica, sentirono alle loro spalle una voce che veniva da lontano, che li chiamava e li invitava a girare per ritornare verso casa. Era ormai l'ora del tè. E poi stava anche incominciando a fare buio. Dopo pochi minuti arrivarono al cottage e trovarono la tavola da cucina arredata per l'occasione, cose semplici ma raffinate, belle tazze antiche da tè multi colorate, bella teiera capiente di fine secolo precedente di color giallo paglierino, al centro della tavola c'era un piatto colmo di gustosi sandwich, che solo a guardarli, invitanti e in trepidante attesa di essere presi con due dita e mangiati. Il tipo di sandwich che più piaceva a Rupert era quello fatto con pane integrale al sesamo, ripieno di un velo di burro spalmato su entrambe le fette e fettine quasi trasparenti di cetriolo, precedentemente sbucciato, con su una nuvoletta sottile di sale. Li trovava irresistibili. C'erano poi gli scons ripieni di soffice panna e soffice marmellata di fragole, fatta in casa, che erano al secondo posto nelle preferenze di Rupert. Sia i padroni di casa che Claire notarono, dai vari e successivi hhhm che provenivano dalla gola di Rupert, quanto li stava gustando, mentre se li rigirava tra le dita, il gustoso appetito che dimostrava il loro gradito e giovane ospite, ed inoltre osservarono il piacere che gli era stampato sul viso con il quale lui riusciva, con una discreta grazia, a mangiarli. Il tè era sufficientemente aromatico. Darjeliing, era il nome del tè, che è anche il nome della zona di provenienza, che fa parte della regione del Bengala Occidentale ed è considerato dagli esperti e conoscitori uno dei tè neri più pregiati. Viene soprannominato lo champagne dei tè, tanto è amato. Le migliori infusioni danno un tè leggero, chiaro, con un aroma floreale. Il sapore è leggermente astringente nei tannini, ed ha una nota muschiata, che gli intenditori e fanatici paragonano all'uva moscato.
La conversazione per un po' si soffermò sulla dolce e rilassante passeggiata appena terminata e sui benefici effetti di farla subito dopo pranzo, vento fresco sul viso, cielo azzurro di cobalto in lontananza, profili di colline a perdita d'occhio e la dolce campagna in mezzo. Veramente rilassante come una sinfonia del settecento.
Il padre di Claire, dopo essersi rischiarata la voce, avendo appena ingoiato un sorso di tè, chiese a Rupert, con un tono sereno e tipico quando si fa conversazione con toni pacati e rilassati, ma senza voler essere inquisitivo e troppo curioso, se avesse già pensato a dei programmi per il dopo Oxford, che tipo di carriera avesse in mente per guadagnarsi da vivere.
- ”Ovviamente puoi anche non rispondere, se ancora non hai pensato a quell'epoca che è relativamente futura, e non hai chiaro ancora in mente che cosa ti piacerebbe fare dopo. Alla vostra età è normalissimo non sapere che cosa si vorrà fare da grandi, sono tanti i giovani che anche arrivati alla laurea non sanno che strade intraprendere, forse perché non ci hanno pensato prima, forse perché troppo indaffarati con gli studi, le amicizie, i passatempi, gli sport, ecc.“
- “Oh, no signore; già prima di aver avuto la fortuna di essere stato accettato da Oxford, avevo in mente, che cosa mi sarebbe piaciuto fare, una volta conseguita la laurea. Era ed è un desiderio che porto dentro di me già da un due o tre anni. Insegnare letteratura inglese, possibilmente nel mio college o in un qualsiasi altro tra Cambridge ed Oxford, sarebbe l'ideale, restare nell'ambito e tra le pareti accademiche, a volte lo sogno anche di notte. Essere circondato dalla cultura, dal sapere, dalla conoscenza, dall'arricchimento della pura conoscenza, mi ha sempre, come dire, elettrizzato, mi è sempre parso come camminare sulle nuvole e sognare. Essere poi in grado di trasmetterlo alle nuove generazioni è ancora più appagante. Le settimane immediatamente precedenti il giorno dell'esame, quando il mio cervello, la mia testa sono piene di tutto quanto è indispensabile sapere, ed anche di più ove possibile, per passare l'esame, i miei pensieri continui e costanti, qualsiasi cosa io stia facendo, sono diretti e focalizzati in una sola direzione. Tutto passa in secondo grado. La sensazione dell'enorme sapere che si è accumulato nella mia testa, solo quella, mi dà un enorme ed indescrivibile gioia interna, un dolce piacere di forza e di potere. Perchè la conoscenza ed il sapere sono potere assoluto.”
- “E' molto bello quanto hai appena detto, ragazzo, e ti fa onore anche la passione con la quale hai detto ciò.
- “ Non è vero Kate, non trovi che Rupert abbia alti e importanti ideali che persegue?
- “ Sì caro, sono d'accordo, è semplicemente molto bello quanto ha appena detto il nuovo amico di nostra figlia, speriamo solo che il nostro paese, dopo anni di guerra, si rimetta presto in piedi e che ci siano tanti giovani, come Rupert, pronti ad impegnarsi, nei campi più svariati, per far crescere il paese come dovrebbe, e portarlo a quella prosperità necessaria per uno sviluppo ordinato e costante nei decenni a venire.” rispose la madre di Claire con un tono importante, di chi fa riflessioni profonde, su problematiche socio economiche che tirano in ballo il paese intero.
Kate era una grande ed avida lettrice di quotidiani e di libri, molto informata e amante, oltre che molto interessata, della geo-politica oltre che di quella nazionale; era molto aggiornata sugli argomenti più importanti ed attuali e si informava quotidiamente, leggendo dall'inizio alla fine tutto il Times, seguiva con interesse tanto gli eventi che sfociarono poi un lustro dopo nella crisi di Suez, della guerra fredda con la Russia, come della nascita di quegli accordi, che lei aveva iniziato a seguire con grande interesse, perchè credeva in una Europa più forte e unita, sia economicamente che politicamente, non divisa, che portarono alla fondazione del Mercato Comune Europeo. Infatti fu solo nell'aprile del 1951 che fu firmato il trattato che istituiva la CECA, Comunità Europea del carbone e dell'acciaio. Per meglio seguire gli eventi degni delle cronache locali e nazionali, avevano da poco comprato uno dei primi apparecchi televisivi, e quei pochi programmi giornalistici dove si parlava di Europa, Stati Uniti d'America, elezioni politiche, fatti di attualità economica e sociale ecc, la interessavano e la intrigavano oltre che molto incuriosirla. In quel periodo, che coincideva con gli inizi degli anni cinquanta, la Bbc aveva da pochissimo fatto il primo collegamento in diretta dal continente, cioè dall'Europa continentale, e precisamente nel mese di agosto del 1950, pochi mesi prima dell'incontro dei nostri amici. Kate, la mamma di Claire, trascorreva intere mattinate a leggere e la sera spesso era l'ultima a spegnere la luce del comodino, mentre il marito si era premunito e si era fatto fare dal suo sarto una maschera nera per coprirsi gli occhi così da non essere disturbato.
Era donna dal carattere molto forte, ed orgogliosa della cultura e delle conoscenze che aveva accumulate, sia all'università, dove si era laureata in filosofia, sia successivamente dalle molte letture fatte negli anni, che la tenevano sempre molto aggiornata su tutto ciò che era attualità. Purtroppo aveva anche dei difetti e non lievi, era una perfezionista, ad esempio nei suoi dialoghi con terzi, aveva solo certezze e difficilmente dubbi, discussioni che il marito aveva con lei, quando nascevano da una divergenza di opinione si bloccavano solitamente davanti al muro, che lei era capace di erigere, oltre il quale era difficile andare, controbattere era molto arduo, mettere in dubbio le sue conoscenze o avere una opinione diversa dalla sua era inevitabilmente interpretata come una sorta di offesa che le si faceva. Era anche molto permalosa e difficilmente cambiava opinione. Invece il marito Stephen, che ben la conosceva, evitava di iniziare anche la minima discussione con lei. Quando si alzava la mattina, si riprometteva di non cadere nell'errore di intavolare dialoghi su argomenti dove sapeva che le loro opinioni divergevano, cercava di limitarsi a elencare i semplici fatti e non commentare titoli del giornale che gli veniva recapitato a casa dal postino, puntuale ogni mattina, assieme alla corrispondenza. Era anche molto ordinata, decisamente fin troppo ordinata e precisa, a dir la verità maniacale era la cura con la quale aveva partecipato, sin dall'inizio, all'arredamento della casa ed alla disposizione dei mobili acquistati o ereditati, e di tutti gli oggetti che, negli anni, avevano deciso di comprare per arricchire l'estetica delle varie stanze che componevano la loro grande casa di campagna. Dopo aver preso possesso della casa, dopo aver d'accordo, si fa per dire, con Stephen, deciso dove andassero i singoli oggetti tirati fuori dagli scatoloni che arredavano la precedente casa, dopo aver assieme deciso dove andassero i singoli volumi di tutti i libri di loro proprietà, ed aver memorizzato il tutto e controllato che ogni oggetto visibile fosse stato riposto in un posto, che consideravano “il posto giusto” per quell'oggetto, ed il tutto entrasse in un ordine equilibrato e armonico, che nella sua mente e per i suoi gusti era semplicemente l'unico e perfetto, finalmente lei riprese ad andare a letto ad un orario normale. Erano poi passati mesi durante i quali, mentre il marito era a lavorare, usciva la mattina presto e ritornava a tarda sera, lei girava per le singole stanze a controllare che le cromie fossero giuste e il suo innato e spiccato senso estetico fosse appagato. E che tutto fosse a posto. Nel fare ciò, per settimane, aveva conseguentemente memorizzato il luogo dove ogni oggetto fosse ed andasse sempre riposto, ogni singolo oggetto, in qualsiasi stanza o su qualsiasi mobile poltrona o camino, a pian terreno come al piano superiore, la zona notte, nei bagni come nei ripostigli. Infatti se il marito o la figlia, finché viveva con loro, prendevano un oggetto per riporlo distrattamente in un luogo diverso, lei se ne accorgeva immediatamente. Sembrerà incredibile, ma la sua memoria fotografica era pressoché infallibile. Ricordava il posto esatto, da lei deciso e fissato in precedenza, di ogni singolo oggetto che avevano in casa. In quei momenti, puntuale arrivava la sua immancabile, irritante, ma semplice e allo stesso tempo disarmante, domanda:
-”Che ci fanno le pantofole in salotto? Di chi sono queste pantofole? Che ci fa questo libro sulla poltrona? Chi lo ha lasciato?, Che ci fa questa giacca sul divano in salotto? quante volte vi devo dire che le pantofole vanno nella vostra camera da letto e non lasciate in salotto? I libri, quando avete finito di leggere, vanno riposti dove li avete presi. Le giacche vanno in guardaroba e non lasciate in salotto. Un poco di rispetto, per piacere, e che diavolo.” Ma queste frasi non venivano dette con un tono gentile e cortese di chi, tollerante e comprensivo, accetta che le persone, conviventi sotto lo stesso tetto, abbiano usi, stili, modi di vivere ed abitudini diverse quando sono in casa propria. Erano frasi dette con imperio ed estrema irritazione, come se fossero pronunciate dalla preside di una scuola superiore, erano imperativi, non inviti. Non c'era alcuna comprensione verso gli altri membri della famiglia, le regole da lei fissate erano le sole che valevano nella casa. Non osservarle voleva dire offendere le sue decisioni, i suoi dettami del vivere tra quelle mura. Il povero marito, che spesso non accettava tali imposizioni e restrizioni alla sua libertà di girare in casa come meglio avrebbe voluto, solo in parte capiva e velatamente giustificava e comprendeva le frustrazioni che, secondo lui, la moglie si portava appresso tutti i giorni, sapendo o meglio intuendo che lei non aveva molti motivi e ragioni per sentirsi soddisfatta, appagata e realizzata, non solo come moglie o madre. A volte Stephen reagiva spiegando che, per lui, la sua casa era il luogo dove intendeva viverci senza confini, in piena libertà, né limiti di movimenti, né regole fisse e comandamenti, né decaloghi di dove andassero messi gli oggetti del vivere quotidiano.
Anche se non c'erano ospiti né amici in arrivo. Le frustrazioni della moglie lui le interpretava, ed era più che certo della loro esistenza, si considerava un discreto psicologo, ed aveva letto parecchi libri in proposito. Kate mai gliele avrebbe confidate, né mai, se lui avesse ardito o solo osato, introdurre durante o dopo un litigio, in una conversazione, anche se con toni un po' accesi ed alterati, l'esistenza di frustrazioni, lei non le avrebbe mai accettate né ammesse, era oltremodo gelosa dei suoi pensieri più intimi e Stephen, anche per questo, segretamente, l'ammirava e la amava. Con la cultura e le conoscenze che aveva accumulato negli anni, Kate avrebbe potuto benissimo, e anche piuttosto abilmente, portare avanti un qualsiasi incarico, un qualsiasi lavoro di natura intellettuale, non manuale, anche se poco o mal retribuito, ma non riusciva a trovarlo. A volte Stephen aveva l'impressione che fosse un po' pigra e che amasse i propri ozi e le proprie abitudini. Avrebbe potuto lavorare per una libreria, come per un giornale, o fare la critica letteraria, per una scuola superiore insegnando ad esempio filosofia, ma il suo vero e grande problema era la sua timidezza; il marito, in alcune circostanze, la trovava anche un po' impacciata, infatti notava che facilmente arrossiva. Stephen aveva anche pensato che Kate, avendo avuto dei genitori che erano alquanto all'antica, non l'avessero mai incoraggiata o apprezzata, per quanto lei facesse, e per i risultati che riusciva ad ottenere, troppo distratti dalle loro altre occupazioni di proprietari terrieri. Lei non si sentiva seguita ed amata a sufficienza, era spesso sola e, quando raggiunse l'età da marito, i suoi genitori si affrettarono a trovargliene e proporne uno. Tanto che fecero, tanto insisterono, che riuscirono, lei ancora abbastanza giovane, aveva compiuto 25 anni da poco, a convincerla, che l'uomo trovato fosse quello giusto. Lei non ne era tanto convinta, ma per non dispiacere i genitori, si era sempre considerata una brava donna, accettò. Ma la loro unione non durò a lungo, dopo appena una decina d' anni di matrimonio, si stancò del marito, non lo trovò persona sufficientemente affidabile con la quale trascorrere il resto della vita; riuscì facilmente ad ottenere il divorziò e pochi mesi dopo, ad una cena a casa di amiche, incontrò Stephen. Del quale facilmente si innamorò, teneramente ricambiato, e dopo diversi mesi di frequentazione e serrato corteggiamento, Stephen le chiese se volesse andare a vivere con lui. Lei non fece tante obiezioni, Stephen le era piaciuto sin dall'inizio, accettò e con tutte le sue cose, dopo poco, vi si trasferì. Si trovarono bene assieme quasi sempre e sin dai primi giorni, dopo pochi anni, una sera, dopo aver fatto all'amore, guardandosi negli occhi ad entrambi venne spontanea la stessa domanda. Perché non ci sposiamo? E stesi a letto uno sull'altro, anzi uno dentro all'altro, e non su due piedi o ad una cena in un ottimo ristorante, come nella maggior parte dei casi avviene, decisero di farlo, ma a breve, senza lunghe attese e noiosi preparativi, invitando solo pochi e vecchi amici. Dopo non molto nacque Claire.
-”Non lo so, cosa ci fanno le pantofole in salotto, perché non glielo chiedi? Rispondeva spesso Stephen, quando seccato dal tono usato dalla moglie non accettava la sua innocente prepotenza e, provocatorio, ironico e sarcastico rispondeva con quella frase. La frase provocava un breve ma inevitabile litigio, a volte anche acceso, ma che una mezz'ora dopo finiva in un totale dimenticatoio. Del resto come spesso Stephen diceva, la causa erano solo stupidaggini quotidiane e non v'era motivo di tenere il broncio o il muso lungo. Lei restava seccata solo per un po', lui se ne dimenticava pochi minuti dopo e poi finiva tutto. Se nella prima mezz'ora dopo la sfuriata di Kate lui provava ad avvicinarsi a lei, per fare la pace, ed a darle un bacio, lei non lo accettava, sdegnosa ed ancora un po' arrabbiata non accettava la vicinanza delle sue labbra e stizzita lo allontanava dicendogli di non avvicinarsi. La verità era che Stephen amava moltissimo Kate, senza di lei si sarebbe ritrovato perso, se le loro strade si fossero divise lui non avrebbe mai trovato un'altra donna che avrebbe potuto competere con Kate o che sarebbe stata capace di riempire il grande vuoto, che era quello che avrebbe lasciato la migliore compagna della sua vita, la migliore delle donne che aveva conosciuto, che lui in fondo molto teneramente amava. Stephen si era innamorato prima ed innanzitutto del cervello, della testa di Kate, della sua intelligenza, del suo sapere che, per sua fortuna di maschio, era posata su un bellissimo corpo, che quando la conobbe era giunonico, proprio come piacevano a lui le donne. Quelle del rinascimento italiano e dei fiamminghi, dei Tiziano, del Rembrandt, del Tiepolo, l'avevano sempre ammaliato ed attratto. Una volta però Kate gli confessò che lei si sentiva in imbarazzo ad avere un corpo così fatto, non si sentiva a suo agio, avrebbe preferito averne uno che fosse passato un po' inosservato, che non avesse destato tanta attenzione e ammirazione dei maschi che la incontravano. Poiché era timida, non era capace di gestire, specialmente in pubblico, la sua straripante bellezza.
Non deve esser facile per una donna avere un bel corpo e conviverci in ogni momento della giornata ma, in special modo, quando si è in pubblico, un corpo dalle forme armoniche che seducono e attraggono tutti i maschi di una certa fascia di età, che inevitabilmente ne sono attratti e ne ammirano e osservano con evidente attrazione, e con un sol pensiero in testa, le linee e le curve, inferiori e superiori, laterali ed anteriori. Queste donne, specialmente se intelligenti e sensibili, colte e raffinate, oltre che attente osservatrici, sanno benissimo che cosa passa per la testa di un maschio, il pensiero che da secoli questi fanno è uno ed uno solo. E giustamente è normale che, per tante di loro, il loro corpo, l'involucro che madre natura ha loro dato, in circostanze e situazioni della quotidianità, in momenti particolari delle loro giornate, può dar loro fastidio, è un ingombro, vorrebbero passare inosservate e non dover pensare a cosa pensano chi le incontra in strada, su un mezzo pubblico, in una libreria, al cinema come al teatro, o come durante una semplice passeggiata dopo un banale litigio con il proprio compagno o marito che sia.
La sua cultura ed il suo orgoglio di femmina erano quanto Stephen maggiormente apprezzava in Kate, per lui erano sensazioni quasi eccitanti, che lei, donna di grandi letture e conoscenze, oltre che di impeccabile stile, grande bellezza e classe, nell'indossare un qualsiasi indumento, quasi da copertina di riviste di moda, avesse scelto lui come suo compagno. Tanti erano gli uomini che avevano girato la testa al passaggio della splendida creatura che era Kate, che era donna anche molto ma molto bella, ammirata in gioventù da tanti uomini. Al suo passaggio tanti erano i maschi che lentamente si giravano e silenziosamente e molto discretamente ne apprezzavano ed ammiravano le forme.
Tante volte aveva provato a dirglielo, anche mentre facevano all'amore, ma lei restava silenziosa, pur provando grande piacere dal momento particolarmente intenso e tanto pieno di significati, e non riusciva a profferire parola, era sempre come paralizzata. Per Kate le parole erano un atto troppo razionale per avere un significato importante per lei. Lei si limitava a emettere mugugni di piacere anche molto prolungati, specialmente nei momenti finali e culminanti, che suo marito non faceva fatica a capire ed interpretare il loro significato e il perché venissero emessi. Lui voleva sentirselo dire. Grande sarebbe stata la sua gioia di maschio. Grande era la soddisfazione di Stephen e forte erano i brividi che lui provava, che duravano a lungo, e forte ed intenso era il piacere che dappertutto provava e pertanto, come maschio si sentiva molto soddisfatto e grandemente appagato. Mancava sempre un tassello, un elemento per la sua completa felicità, quando erano a letto e avevano appena fatto all'amore. Ma Stephen avrebbe certamente preferito che Kate gli avesse ogni tanto detto, anche solo un paio di volte all'anno, quello che provava in quel momento per lui. Dopo l'orgasmo, che lei quasi sempre raggiungeva prima di lui, poiché avevano trovato la formula giusta, quella che lei gradiva di più e quella sola che lei desiderava, capitava di frequente che l'orgasmo lo raggiungessero contemporaneamente, lei lo baciava sul viso e sul collo, con una tale tenerezza e con baci tanto teneri, prolungati e profondi, come solo una mamma che bacia il suo bambino, la sua creatura, l'oggetto del suo vero grande ed unico amore, sa fare. Lui si rendeva conto durante quei baci quanto lei veramente lo amasse, solo arrivato a quel punto lui capiva che lei lo amava, e non lo avrebbe sostituito con nessuno, Stephen era il suo uomo, ed era una certezza assoluta nella testa, nelle fibre e nell'anima di Kate. Perciò lui non insisteva poi tanto a che lei, anche una sola volta all'anno, gli dicesse, ti amo. Kate era indubbiamente molto diversa da tutte le donne che Stephen aveva conosciuto prima di lei, infatti lui segretamente la ammirava molto, ogni tanto glielo diceva pure, erano così tante le peculiarità di Kate che a volte Stephen diceva che se non l'avesse conosciuta avrebbe dovuto inventarla. Stephen era convinto che dietro tanta cultura e conoscenza, in fondo, sua moglie fosse una persona timida ed insicura.
Gli indizi che lo portavano a considerarla in fondo timida erano tanti, tante piccole sfumature di frasi e comportamenti, in special modo in pubblico, quando la vedeva leggermente arrossire, delle leggere esitazioni che a volte Kate aveva in circostanze particolari, lui la vedeva non spigliata, l'indecisione la notava, ma se invece erano in pochi intorno ad una tavola imbandita, ad esempio, e l'argomento la interessava e l'appassionava, la sua timidezza scompariva, la sua aggressività usciva prepotente, alzando il tono della voce e non fermandosi né contenendosi. Specialmente se la discussione verteva sulla condizione femminile ed il rapporto tra i sessi, lei era molto sensibile a questo argomento, era una accesa femminista e conoscitrice delle condizioni in cui le donne erano state nei secoli trattate, considerate e discriminate dagli uomini. Era una violenta paladina in difesa delle donne e della condizione femminile in genere, criticava i privilegi degli uomini e criticava l'ingiustizia sociale in genere e lo stato di soggezione, che da sempre, le donne hanno dovuto accettare. Del resto il potere, per millenni, è stata prerogativa dei più forti, del maschio lo è stato per definizione mentre la donna, la sua preda, ha dovuto solo accettare tale stato di cose e calare la testa ed obbedire. Le leggi le hanno sempre scritte gli uomini e quindi le hanno fatte a loro esclusivo uso e consumo, per soddisfare i loro desideri, le loro brame, i loro privilegi, le loro ricchezze e usare gli esseri più deboli.
Kate era una grande ed avida lettrice di quotidiani e di libri, molto informata e amante, oltre che molto interessata, della politica internazionale, oggi detta geo-politica, oltre che di quella nazionale; era molto aggiornata sugli argomenti più importanti ed attuali e si informava quotidianamente, leggendo dall'inizio alla fine tutto il Times, seguiva con interesse tanto gli eventi che sfociarono poi un lustro dopo nella crisi di Suez, della guerra fredda con la Russia, come della nascita di quegli accordi, che lei aveva iniziato a seguire con grande interesse, perché credeva in una Europa più forte e unita, sia economicamente che politicamente, non divisa, che portarono alla fondazione del Mercato Comune Europeo. Infatti fu solo nell'aprile del 1951 che fu firmato il trattato che istituiva la CECA, Comunità Europea del carbone e dell'acciaio. Per meglio seguire gli eventi degni delle cronache locali e nazionali, avevano da poco comprato uno dei primi apparecchi televisivi, e quei pochi programmi giornalistici dove si parlava di Europa, Stati Uniti d'America, elezioni, di attualità economica e sociale ecc, la interessavano e la intrigavano molto. In quel periodo, che coincide con gli inizi degli anni cinquanta, la Bbc aveva da pochissimo fatto il primo collegamento in diretta dal continente, cioè dall'Europa continentale, e precisamente nel mese di agosto del 1950, pochi mesi prima dell'incontro dei nostri amici. Kate, la mamma di Claire, trascorreva intere mattinate a leggere e spesso era l'ultima a spegnere la luce del comodino, mentre il marito si era premunito e si era fatto fare dal suo sarto una maschera nera per coprirsi gli occhi così da non essere disturbato.
Era donna dal carattere molto forte, ed orgogliosa della cultura e delle conoscenze che aveva accumulate, sia all'università, dove si era laureata in filosofia, sia successivamente dalle molte letture fatte negli anni, che la tenevano sempre molto aggiornata su tutto ciò che era attualità. Purtroppo, nei suoi dialoghi con terzi, aveva solo certezze e difficilmente dubbi, quindi le discussioni che il marito aveva con lei, quando nascevano si bloccavano solitamente davanti al muro, che lei era capace di erigere, oltre il quale era difficile andare, controbattere era difficile, mettere in dubbio le sue conoscenze o avere una opinione diversa dalla sua era inevitabilmente interpretata come una sorta di offesa che le si faceva, era anche molto permalosa e difficilmente cambiava opinione. Invece il marito Stephen, che ben la conosceva, evitava di iniziare anche la minima discussione con lei infatti, ogni mattina quando si alzava, si riprometteva di non cadere nell'errore di incominciare dialoghi che sapeva o immaginava che avrebbero portato all'esprimere opinioni, cercava fortemente di limitarsi a elencare fatti o commentare titoli del giornale che gli veniva recapitato a casa dal postino, puntuale ogni mattina, assieme alla corrispondenza. Era anche molto ordinata, forse fin troppo ordinata e precisa, quasi maniacale era la cura con la quale aveva partecipato, sin dall'inizio, all'arredamento della casa ed alla disposizione dei mobili acquistati o ereditati, e di tutti gli oggetti che, negli anni, avevano deciso di comprare per arricchire l'estetica delle varie stanze che componevano la loro grande casa di campagna. Dopo pochi mesi dall'aver preso possesso ed arredato la casa, dopo aver da sola deciso dove andassero i singoli oggetti tirati fuori dagli scatoloni dove erano stati riposti tutti gli oggetti che arredavano la precedente casa, dopo aver deciso dove andassero i singoli volumi di tutti i libri di loro proprietà, ed aver memorizzato il tutto e controllato che ogni oggetto visibile fosse stato riposto in un posto, che solo lei considerava “il posto giusto” per quell'oggetto, ed il tutto entrasse in un ordine equilibrato e armonico, il suo, che nella sua mente e per i suoi gusti era semplicemente l'unico e perfetto ed il più adatto. Erano poi passati mesi durante i quali, mentre il marito era a lavorare, uscendo la mattina presto e ritornando a tarda sera, lei girava per le singole stanze a controllare che le cromie fossero giuste, l'equilibrio armonico fosse quello giusto, ed il suo innato, unico e spiccato senso estetico fosse appagato. Nel fare ciò per settimane, aveva conseguentemente e naturalmente memorizzato il luogo dove ogni oggetto fosse riposto, (prima di uscire da ogni stanza dopo aver controllato dove aveva deposto ogni cosa all'interno od all'esterno dei mobili o ripostiglio o bacheca o piano di appoggio, guardava e riguardava assicurandosi che il posto scelto e selezionato fosse quello giusto, quello che ogni donna avrebbe scelto), ogni singolo oggetto, in qualsiasi stanza o su qualsiasi mobile, di qualsiasi tipo e foggia, poltrona o camino, a pian terreno come al piano superiore, nella zona notte, nei bagni come nei ripostigli. Infatti se il marito o la figlia, finché viveva con loro, prendevano un oggetto per riporlo naturalmente, come dappertutto fanno tutti i comuni mortali, in un luogo diverso, perché un luogo vale semplicemente un altro, lei se ne accorgeva immediatamente, come un robot. Sembrerà incredibile, ma la sua memoria fotografica era pressoché infallibile, aveva del prodigioso, del miracoloso. Ricordava il posto esatto, da lei deciso e fissato in precedenza, di ogni singolo oggetto che avevano in casa. In quei momenti, puntuale, arrivava la sua immancabile, irritante, ma semplice e allo stesso tempo disarmante, domanda:
-”Che ci fanno le pantofole in salotto? Di chi sono queste pantofole? Che ci fa questo libro sulla poltrona? Chi lo ha lasciato?, Che ci fa questa giacca sul divano in salotto? quante volte vi devo dire che le pantofole vanno nella vostra camera da letto e non lasciate in salotto? I libri, quando avete finito di leggere, vanno riposti dove li avete presi. Le giacche vanno in guardaroba e non lasciate in salotto. Un poco di rispetto, per piacere, e che diavolo!” Ma queste frasi non venivano dette con un tono gentile e cortese di chi, tollerante e comprensivo, accetta che le persone conviventi sotto lo stesso tetto, abbiano usi, stili, modi di vivere ed abitudini diverse quando sono in casa propria. Erano frasi dette con imperio, da persona offesa, come se fossero pronunciate dalla preside di una scuola superiore, erano imperativi, ordini e non inviti. Non c'era alcuna comprensione verso gli altri membri della famiglia, le regole da lei fissate erano le sole che valevano nella casa, nella sua casa. Non osservarle voleva dire offendere le sue decisioni, i suoi dettami del vivere tra quelle mura, gli unici validi nel suo territorio. Il povero marito, che spesso non accettava tali imposizioni e restrizioni alla sua libertà di girare in casa come meglio avrebbe voluto, solo in parte capiva e velatamente giustificava e comprendeva le frustrazioni che, secondo lui, la moglie si portava appresso tutti i giorni, sapendo o meglio intuendo che lei non aveva molti motivi e ragioni per sentirsi soddisfatta, appagata e realizzata, come moglie o madre. A volte Stephen reagiva spiegando che lui, la casa, la intendeva come un luogo dove voleva viverci senza confini, in piena libertà, né limiti di movimenti, né regole fisse e comandamenti, né decaloghi di dove andassero messe gli oggetti del vivere quotidiano. Anche se non c'erano nè ospiti né amici in arrivo. Le frustrazioni della moglie lui le interpretava, ed era più che certo della loro esistenza, si considerava un discreto psicologo, ed aveva letto parecchi libri in proposito. Kate mai gliele avrebbe confidato, né mai se lui avesse ardito o solo osato, introdurre durante o dopo un litigio, in una conversazione, anche se con toni un po' accesi ed alterati, l'esistenza di frustrazioni, lei non le avrebbe mai accettate né ammesse, era oltremodo gelosa dei suoi pensieri più intimi e Stephen, anche per questo, segretamente, l'ammirava e la amava. Con la cultura e le conoscenze che aveva accumulato negli anni, avrebbe potuto benissimo, e anche piuttosto abilmente, portare avanti un qualsiasi incarico, un qualsiasi lavoro, di natura intellettuale non manuale, anche se poco o mal retribuito, ma non riusciva a trovarlo. A volte Stephen aveva l'impressione che fosse un po' pigra e che amasse i propri ozi e le proprie abitudini. Avrebbe potuto lavorare per una libreria, come per un giornale, per una scuola superiore insegnando ad esempio filosofia, ma il suo vero e grande problema era la sua timidezza; il marito, in alcune circostanze, la trovava anche un po' impacciata, infatti notava che facilmente arrossiva. Stephen aveva anche pensato che Kate, avendo avuto dei genitori che erano alquanto all'antica,  non l'avessero mai incoraggiata o apprezzata per quanto lei facesse e per i risultati che riusciva ad ottenere, troppo distratti dalle loro altre occupazioni di proprietari terrieri. Lei non si sentiva seguita ed amata a sufficienza, era spesso sola e, quando raggiunse l'età  da marito, i suoi genitori si affrettarono a trovargliene uno. Tanto che fecero, tanto insisterono, che riuscirono, lei ancora abbastanza giovane, aveva compiuto 25 anni da poco, a convincerla, che l'uomo trovato fosse quello giusto. Lei non ne era tanto convinta, ma per non dispiacere i genitori, si era sempre considerata una brava donna, accettò. Ma la loro unione non durò a lungo, dopo appena una decina d' anni di matrimonio, si stancò del marito, non lo trovò persona sufficientemente affidabile con la quale trascorrere il resto della vita; riusci facilmente ad ottenere il divorziò e pochi mesi dopo, ad una cena a casa di amiche, incontrò Stephen. Del quale facilmente si innamorò, teneramente ricambiato, e dopo diversi mesi di frequentazione e serrato corteggiamento, le chiese se volesse andare a vivere con lui. Lei non fece tante obiezioni, Stephen le era piaciuto sin dall'inizio, accettò e con tutte le sue cose, dopo poco, vi si trasferì. Si trovarono bene assieme quasi sempre e sin dai primi giorni, dopo pochi anni, una sera, dopo aver fatto all'amore, guardandosi negli occhi ad entrambi venne spontanea la stessa domanda. Perché non ci sposiamo? E stesi a letto uno sull'altro, anzi uno dentro all'altro, e non su due piedi, come nella maggior parte dei casi avviene, decisero di farlo, ma a breve, senza lunghe attese e noiosi preparativi. Dopo non molto nacque Claire.
-”Non lo so, cosa ci fanno le pantofole in salotto, perché non glielo chiedi? Rispondeva spesso Stephen, quando seccato dal tono usato dalla moglie non accettava la sua innocente prepotenza e, provocatorio ironico e sarcastico rispondeva con quella frase. La frase provocava un breve ma inevitabile litigio, a volte anche acceso, ma che una mezz'ora dopo finiva in un totale dimenticatoio. Del resto come spesso Stephen diceva, la causa erano solo stupidaggini quotidiane. Lei gli teneva il broncio per un po', lui se ne dimenticava pochi minuti dopo e poi finiva tutto. Se nella prima mezz'ora dopo la sfuriata di Kate lui provava ad avvicinarsi a lei, per fare la pace, ed a darle un bacio,  lei non lo accettava, sdegnosa ed ancora un po' arrabbiata non accettava la vicinanza delle sue labbra e stizzita lo allontanava dicendogli di non avvicinarsi. Solo il giorno dopo Kate aveva dimenticato e tutto ritornava come prima. La verità era che Stephen amava moltissimo Kate, senza di lei si sarebbe ritrovato perso, se le loro strade si fossero divise lui non avrebbe mai trovato un'altra donna che avrebbe potuto competere con Kate o che sarebbe stata capace di riempire il grande vuoto, che era quello che avrebbe lasciato la migliore compagna della sua vita, la migliore delle donne che aveva conosciuto, che lui in fondo molto teneramente amava. Stephen si era innamorato prima ed innanzitutto del cervello, della testa di Kate, della sua intelligenza, del suo sapere che, per sua fortuna di maschio era posata su un bellissimo corpo, che quando la conobbe era giunonico, proprio come piacevano a lui le donne. Quelle del rinascimento italiano e dei fiamminghi, dei Tiziano, del Rembrandt, del Tiepolo, l'avevano sempre ammaliato. Kate, però, gli confessò una volta che lei si sentiva in imbarazzo ad avere un corpo così fatto, non si sentiva a suo agio, avrebbe preferito averne uno che fosse passato un po' inosservato, che non avesse destato tanta attenzione e ammirazione dei maschi che la incontravano. La sua cultura ed il suo orgoglio di femmina erano quanto Stephen maggiormente apprezzava in Kate, per lui erano sensazioni quasi eccitanti, che lei, donna di grandi letture e conoscenze, oltre che di impeccabile stile e grande bellezza e classe, nell'indossare un qualsiasi indumento, quasi da copertina di riviste di moda, avesse scelto lui come suo compagno. Tanti erano gli uomini che avevano girato la testa al passaggio della splendida creatura che era Kate, che era donna anche molto ma molto bella, ammirata in gioventù da tanti uomini. Al suo passaggio tanti erano i maschi che lentamente si giravano e silenziosamente e molto discretamente ne apprezzavano ed ammiravano le forme. 
Tante volte aveva provato a dirglielo, anche mentre facevano all'amore, ma lei restava silenziosa, pur provando grande piacere dal momento particolarmente intenso e tanto pieno di significati, non riusciva a profferire parola. Lei si limitava a emettere mugugni di piacere anche molto prolungati, specialmente nei momenti finali e culminanti, che suo marito non faceva fatica a capire ed interpretare il loro significato e il perché venissero emessi. Lui voleva sentirselo dire. Grande sarebbe stata la sua gioia di maschio. Grande era la soddisfazione di Stephen e forte erano i brividi che lui provava, che duravano a lungo, e forte ed intenso era il piacere che dappertutto provava e pertanto, come maschio si sentiva molto soddisfatto e grandemente appagato. Mancava sempre un tassello, un elemento per la sua completa felicità, quando erano a letto e avevano appena fatto all'amore. Ma Stephen avrebbe certamente preferito che Kate gli avesse ogni tanto detto, anche solo un paio di volte all'anno, quello che provava in quel momento per lui. Dopo l'orgasmo, che lei quasi sempre raggiungeva, lei lo baciava sul viso e sul collo, con una tale tenerezza e con baci tanto teneri, prolungati e profondi, come solo una mamma che bacia il suo bambino, la sua creatura, l'oggetto del suo vero grande, eterno ed unico amore, sa fare. Lui si rendeva conto durante quei baci quanto lei veramente lo amasse, solo arrivato a quel punto lui capiva che lei lo amava, e non lo avrebbe sostituito con nessuno, Stephen era il suo uomo, ed era una certezza assoluta nella testa, nelle fibre e nell'anima di Kate. Perciò lui non insisteva poi tanto a che lei, anche una sola volta all'anno, gli dicesse, ti amo. Kate era indubbiamente molto diversa dalle altre donne che Stephen aveva conosciuto prima di lei, infatti lui segretamente la ammirava molto, ogni tanto glielo diceva pure, erano così tante le peculiarità di Kate che a volte Stephen diceva che se non l'avesse conosciuta avrebbe dovuto inventarla.
Stephen era convinto che dietro tanta cultura e conoscenza, in fondo, sua moglie fosse una persona timida ed insicura.
Gli indizi che lo portavano a considerarla in fondo timida erano tanti, tante piccole sfumature di frasi e comportamenti, in special modo in pubblico, quando la vedeva leggermente arrossire, delle leggere esitazioni che a volte Kate aveva in circostanze particolari, lui la vedeva non spigliata la notava l'indecisione, ma se invece erano in pochi intorno ad una tavola imbandita, ad esempio, e l'argomento la interessava e l'appassionava, la sua timidezza scompariva, la sua aggressività usciva prepotente, alzando il tono della voce e non fermandosi né contenendosi. Se la discussione verteva sulla condizione femminile ed il rapporto tra i sessi, lei era molto sensibile a questo argomento, era una accesa femminista e conoscitrice delle condizioni in cui le donne erano state nei secoli trattate e considerate e discriminate dagli uomini. Era una accesa paladina in difesa delle donne e della condizione femminile in genere, criticava i privilegi degli uomini e criticava l'ingiustizia sociale in genere e lo stato di soggezione, che, da sempre, le donne hanno dovuto accettare e subire. Del resto il potere per millenni è stata prerogativa dei più forti, il maschio lo è stato per definizione e la donna, la sua preda per secoli, ha dovuto solo accettare tale stato di cose. Le leggi le hanno da sempre scritte gli uomini e quindi le hanno fatte a loro esclusivo uso e consumo, per soddisfare i loro desideri, le loro brame, i loro istinti riproduttivi, mantenere i loro privilegi, le loro ricchezze e usare gli esseri più deboli. Sono sempre stati molto sospettosi delle donne e delle loro iniziative e capacità, vere o potenziali che fossero.   
Era ovvio che Kate e Stephen, avendo tanti interessi in comune, formavano una coppia ideale, fatta per stare assieme. Nella cittadina dove abitavano, avevano un buon numero di amici, che arrivavano anche all'improvviso, anche senza essere invitati, come avvenne proprio quel pomeriggio. Bussarono alla porta ed entrò Mike, un loro vecchio amico che viveva di lezioni private, insegnando inglese a studenti stranieri, che arrivavano da quelle parti del paese per una vacanza e ci restavano per imparare l'inglese. Salutò in modo molto affettuoso, grandi sorrisi ed abbracci, e schiette risate di piacere dell'incontro che si era appena verificato.
Mike si era trovato a passare da quelle parti ed aveva pensato di fare una breve visita ai suoi vecchi amici. Fu molto contento di conoscere Rupert, si interessò molto al canottaggio, disse che da giovane anche lui aveva praticato quello sport, ma che lo aveva dovuto abbandonare quando, per motivi di lavoro, dovette cambiare città di residenza e abbandonare i remi. Con piacere bevve due tazze di tè, mangiò diversi biscotti, ma poi molto stranamente, e con grande sorpresa sia di Kate che di Stephen, dovette andar via. Stephen lo accompagnò sino alla sua auto, e gli chiese, più volte, se era tutto a posto e che non ci fossero problemi. Mike lo rassicurò ripetutamente, però non lo guardò negli occhi, non ne ebbe il coraggio. Più tardi, quella sera stessa, Kate chiese a Stephen, in un modo alquanto distratto, se Mike avesse qualche problema e se fosse riuscito a farlo parlare, ma Stephen disse che Mike non si era voluto confidare. Se aveva un problema particolare Mike non era certo il tipo che si apriva e si confidava, sapeva essere abbastanza chiuso, quando voleva.
Mike era un tipo molto allegro, molto spiritoso, ma molto loquace e a volte anche logorroico, buona compagnia a tavola, dove spesso raccontava spiritose e divertenti barzellette ma che però, arrivato alla fine, ridendo molto della sua stessa barzelletta, aveva la strana abitudine, anche abbastanza seccante, di ripeterla anche tre volte, interamente daccapo. Era anche discretamente colto, era uno che leggeva molto, e con lui si poteva discutere di libri e letteratura, un bell'uomo, tratti del viso regolari, alto, capelli biondi, molto ondulati e tendenti al rosso, occhi azzurri e vivaci, e viso e lineamenti molto regolari.
Ma aveva dei difetti caratteriali abbastanza insopportabili, sebbene chi lo conosceva non poteva non volergli bene. Era principalmente inaffidabile, ma non con cattiveria, senza intenzione, era un tipo molto distratto, come se vivesse in una dimensione tutta sua, era molto molto disorganizzato, famoso cronico ritardatario, non riusciva mai a portare a termine un incarico, come se le sua capacità di concentrazione su un problema fossero ridotte, e infine non ascoltava i consigli che gli amici più cari, volta per volta, gli davano. Stephen, che lo conosceva bene, pensava che Mike avesse una certa dose di autocompiacimento e di edonismo nelle sue oceaniche parole, voleva l'attenzione di tutti, non voleva lasciare la parola agli altri. Probabilmente da piccolo non gli era mai concesso di parlare, di dire quello che aveva in mente, forse quando era a tavola con la famiglia i piccoli non potevano esprimere la loro opinione; potevano parlare solo i grandi, magari aveva fratelli più grandi e lui era l'ultimo, il più piccolo, o forse era balbuziente. Quando, un sabato od una domenica, si era verificato che Mike era ospite, assieme alla moglie, a casa di Stephen e Kate, i pranzi duravano almeno 3 ore, incluso l'aperitivo al loro arrivo, assieme agli altri amici. Spesso si verificava che tutti i commensali avessero finito il primo piatto e Mike era ancora al terzo boccone, si aveva l'impressione che mangiasse come un ruminante, e gli dicevano in coro, ripetendolo più volte, che doveva far presto, e sbrigarsi a finire, doveva interrompere, mangiare il resto della porzione che aveva nel piatto, così la padrona di casa poteva portare a tavola la seconda portata. Lui, scusandosi, e mettendo in bocca un altro boccone, diceva che aveva finito che era buono ma che non ne voleva più, raramente il suo piatto era vuoto, c'erano sempre avanzi. Con ogni pietanza portata a tavola, se tra gli ospiti c'era Mike, la storia era sempre la stessa, far progredire il pranzo o la cena, o far spaziare le conversazioni su vari argomenti d'attualità, con Mike tra gli ospiti, era sempre molto difficile.
Un comune amico di Kate e Stephen, di nome Godfrey, raccontò di quando una volta, era una domenica mattina di tardo autunno, dopo una lunga passeggiata fatta con Mike, senza ben riflettere su cosa stesse facendo, distratto, forse dalla stanchezza del camminare, aveva avuto la malaugurata idea di invitarlo a casa dove lo aspettava la moglie ed un figlio nato da poco, per un aperitivo prima del pranzo e, come al solito, poco dopo l'arrivo a casa di Godfrey, Mike prese la parola e incominciò imperterrito a parlare. Parlava, parlava, parlava e non si interrompeva né prendeva fiato. Era come un fiume in piena, ed il suo monologo interminabile. Se veniva interroto, ammutoliva, per far parlare l'altro, ma dopo pochi minuti di ascolto, trovato l'attimo ed il momento opportuno per interrompere chi aveva la parola, riprendeva, riagguantava e riacciuffava il discorso, esattamente da dove poco prima era stato interrotto, la sua consecutio tempori era ottima, e avanti, frasi dopo frasi, come fosse una macchinetta bloccata o inceppata, continuava ad aprire la bocca e ad emettere suoni inarticolati ed incomprensibili, perchè chi gli stava intorno ad un certo punto, esausto, stanco, annientato dalla incredibile quantità di parole, smetteva di ascoltare. Bevvero due o tre aperitivi e Mike continuava a parlare, ogni tanto Godfrey gli diceva che forse la moglie lo aspettava per pranzo, e che forse sarebbe stato opportuno che lui andasse. Lui rispondeva dicendo che era d'accordo e che ci sarebbe andato a breve. Ma intanto il tempo passava e Mike non faceva alcuna mossa per alzarsi e andare verso la porta, Godfrey e la moglie ogni tanto guardavano l'orologio e si era fatto ora di pranzo, non volendolo cacciare gli chiesero, stanchi di avergli detto almeno 4 volte che forse la moglie lo stesse aspettando, e visto che lui non si decideva ad andarsene, la moglie di Godfrey, Liliana andava e veniva dalla cucina dove il pranzo si stava preparando, esausti gli chiesero se volesse restare per pranzo. Mike non se lo fece neppure ripetere, che rispose immediatamente di sì. Va detto ad onor del vero, che Mike non era affatto quello che si potrebbe definire scroccone, il cibo a lui interessava molto poco, a lui interessava parlare ed essere attentamente ascoltato, in special modo se in buona compagnia; era uno straordinario conversatore e infatti risultava simpatico a tutti. Ma i suoi difetti lo rendevano, spesso, insopportabile. Godfrey, per fargli capire che si era stancato della sua presenza, avrebbe potuto evitare di commentare le sue affermazioni od opinioni e osservarlo parlare, stando completamente in silenzio, senza mai interagire, ma da persona educata quale era, ogni tanto commentava e partecipava anche se controvoglia, annuendo con la testa, alla discussione, dando così l'impressione a Mike che era interessante l'argomento di cui si stava parlando e che quanto stesse dicendo in quel momento fosse valido ed interessante. E questo, secondo tanti, era la molla che spingeva Mike a continuare, era il miglior complimento al suo ego, alla sua bramosia di protagonismo. Prima dell'inzio del pranzo Liliana, la moglie di Godfrey, chiese a Mike se non volesse telefonare a casa, alla moglie, per avvertirla del suo ritardo. Lui rispose semplicemente che non era necessario. Finito il pranzo Mike continuò a parlare, parlare, venne l'ora del té e Mike era ancora lì. Né Godfrey né Liliana avevano il coraggio né la sfrontatezza di dirgli di andarsene, ogni tanto gli dicevano se non era forse il caso di telefonare ed avvertire i suoi familiari, la risposta era sempre la stessa, non ce n'era bisogno, e questa storia andò avanti fino all'ora di cena. Mike non accennava minimamente ad andar via, Godfrey e la moglie ogni tanto si guardavano negli occhi, disperati e sconsolati, persi nella incredibile ed incresciosa situazione, ma incapaci di mandarlo via. Gli dissero, mettendolo ad un certo punto in guardia, che forse si stava facendo tardi, che c'era il problema, serio, della nebbia che è spesso un pericolo. La risposta era sempre la stessa. Restò per cena, e parlarono, cioè Mike parlò ancora per un paio d'ore poi Liliana, esausta, sparecchiò ed augurò la buona notte, senza guardare in faccia né Godfrey né Mike. Solo a quel punto, a quella frase, alla vista di una Liliana visibilmente stanca, qualcosa scattò nella testa di Mike, finalmente capì che era stato in quella casa quasi una giornata intera, che improvvisamente si alzò e disse, nell'incredulità totale ed assoluta di Godfrey, “ Mi dispiace, ma devo andare via.” “Ma certo ti accompagno all'auto”. Disse d'un botto Godfrey senza guardarlo neppure in faccia. Mike salì in macchina, mise in moto, accese i fari, e partì. Godfrey lo salutò e scappò dentro casa, chiudendo a doppia mandata la porta d'ingresso, spense tutte le luci e si precipitò, distrutto e mezzo ubriaco, ancora vestito si buttò a letto. Liliana gli dedicò solo uno sguardo e poi si girò dall'altra parte a dormire. Anche lei era a pezzi. Dopo una ventina di minuti, … squillò il telefono, Godfrey assonnato, stanchissimo, terrorizzato, da chi potesse essere a chiamare a quell'ora tarda, si svegliò di soprassalto, alzò la cornetta che aveva sul comodino, e udì una vocina, che tossendo ed alquanto imbarazzata, disse che si “ ...era perso...”. Ovviamente era quella di Mike, Godfrey gli diede tutte le istruzioni, lo salutò, e staccò il telefono.
Dopo pochi anni, Mike divorziò dalla moglie. Del numeroso gruppo di amici che aveva a quell'epoca, nessuno si meravigliò della notizia, la fine del loro matrimonio era nell'aria da tanto tempo, i difetti del povero Mike erano assolutamente insopportabili, il suo egoismo ed egocentrismo erano unici, l'indifferenza per i suoi cari notevole ed inaccettabile. Viveva in un suo mondo particolare, non ascoltava consigli, ovvero fingeva di dare retta, ma poi agiva, come sempre, di testa sua. Ma Stephen era certo che, in fin dei conti, fosse una brava persona, solo che non riusciva a controllarsi, faceva una gran fatica a rendersi conto che le persone che lo circondavano avessero dei diritti, le persone che componevano il suo nucleo familiare si aspettavano da lui un comportamento più attento, la moglie si attendeva un maggior rispetto, una maggiore considerazione del suo ruolo e della sua femminilità, era una gran bella donna, un po' timida ma bella, il figlio cercava una maggior presenza. Stephen spesso pensò che Mike avesse dei segreti, che ci fosse una parte nascosta ed impenetrabile, che Mike non aveva alcuna intenzione di condividere o di confidarsi. Neppure con la moglie. Nei suoi occhi, in diverse occasioni, Stephen, aveva notato la presenza di una parte oscura, come di un pezzo di anima nascosta e velata, come una barriera, tra gli amici ed il mondo che li circondava, come se avesse paura ad aprirsi e confidarsi con chi, in fondo, gli voleva bene e glielo dimostrava spesso. Anche a cena o al pub, dopo che molto alcool era sceso nello stomaco ed inondava per alcune ore le vene e le arterie per poi, in forma di fumi, passare al cervello. Difficilmente perdeva la lucidità. L'autocontrollo lo conservava sempre, ma raramente si lasciava andare a confessioni. In lui la privacy era totale. Conservava sempre un livello ed un grado di autocontrollo tali, che neppure una bottiglia di vino, né diverse pinte di birra, potessero scalfire od intaccare. Era uno di quelle persone che riescono ad essere, quando lo vogliono, inaccessibili ed ermetici. Sarebbe stato un candidato ideale per un posto di agente segreto, capace di doppio e triplo gioco. Forse lo era veramente, chissà, aveva qualche volta pensato distrattamente Stephen.
Qualche anno dopo il divorzio, la moglie si confidò con una amica e le disse che nel rovistare tra carte e documenti vari lasciate in giro del marito, ed anche nei conti correnti bancari, aveva scoperto che Mike aveva preso, già da un po' di anni addietro, l'abitudine di giocare ai cavalli, scommetteva piccole somme di danaro, che col tempo erano cresciute ed aveva nel tempo accumulato debiti, che faceva fatica a ripagare. Andato via Mike, la conversazione andò avanti ancora per un po', poi arrivò l'ora dell'aperitivo e poi la cena, che fu leggera, perchè il giorno dopo Claire e Rupert erano stati invitati, assieme ai genitori di lei, per pranzo a casa di loro vecchi amici. Il percorso in macchina durò un'abbondante mezz'ora, e arrivati a casa di questi amici, che era un cottage in mezzo al nulla, ma circondato da un immenso giardino, con prato e fiori tutti ben curati, colori vivaci e che con uno stagno con anatre, inclusa una coppia di razza Mandarina dai vivacissimi colori, su di un lato della parte esterna di una grande proprietà. Più lontane sono dai grandi centri abitati e meno, ovviamente, costano sia le case che i terreni circostanti. L'aperitivo fu semplice e veloce, vi erano una decina di coppie, tutti vecchi amici di lunga data dei padroni di casa, ma solo due erano invitate a restare per il pranzo. Le altre andarono via prima che la padrona di casa chiamasse gli ospiti con il classico “lunch is ready” che consistette nel più classico roast beef accompagnato dal yorkshire pudding, due verdure e un bicchiere di vino rosso, dessert e infine formaggi stilton e cheddar con crackers. Conversazione piacevole ma senza interessanti spunti, verso le cinque andarono via e Rupert e Claire avevano la valigia da preparare ed un treno poco prima della sera. Che arrivò velocemente e si ritrovarono ad Oxford verso le undici. Entrambi dopo pochi minuti dalla partenza del treno si addormentarono, stanchi dopo un impegnativo fine settimana, e si risvegliarono quasi in Stazione. Rupert accompagnò Claire al suo dormitorio, le diede un gran bacio e un saluto, e rientrò, alquanto stanco e soddisfatto del bel tempo trascorso, nella sua stanza.

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