Durante il secondo anno l’allenatore Mr. Connolly comunicò loro che aveva deciso di includere loro due, Rupert ed Ian, nell’equipaggio per la sfida a Cambridge dell’anno successivo, indubbiamente per i loro meriti e per le loro capacità, ma anche perché due dei loro migliori rematori e compagni avevano nel frattempo completato gli studi e sarebbero andati via da Oxford. E la scelta di Mr. Connolly era caduta su di loro.
A poche settimane dalla gara iniziarono le sessioni dei più massacranti ed impegnativi allenamenti preparatori che avevano mai affrontato prima. Cinque giorni alla settimana dovevano alzarsi alle sei del mattino per andare in palestra e lavorare intensamente, per due ore almeno, ad attrezzi che tendevano unicamente ad irrobustire i loro muscoli, ad aumentare la loro resistenza ed il loro livello di sopportazione al dolore, poi si riunivano anche i pomeriggi e di nuovo altre tre ore di intensi allenamenti, ma fatti in barca, quando con il nono membro dell’equipaggio, che poi altro non era che il timoniere, il “con”, provavano il ritmo che sarebbe stato necessario, a detta dell’allenatore, per sconfiggere l’equipaggio di Cambridge, o che si sperava che sarebbe stato sufficiente, su una distanza di circa sette chilometri, per l’esattezza 6.799 metri. Il tempo medio impiegato negli anni dal 1829 ad oggi è di circa 20/25 minuti. La regata, che è chiamata più semplicemente, Boat Race è una delle più celebri e famose gare di canottaggio al mondo. Ma più che una gara, è una vera e propria sfida, di due Università, da sempre rivali, ma di una rivalità prevalentemente sportiva e puramente goliardica. Si disputa, annualmente, sul Tamigi tra i ponti di Putney e di Mortlake, tra un equipaggio dell'Università locale ed uno di quella di Cambridge. Dei due equipaggi hanno fatto parte alcuni tra i più grandi canottieri del mondo, tra cui alcuni campioni olimpici. La regata comporta un incredibile, massacrante e notevole sforzo fisico. Da molti osservatori ed esperti in discipline sportive, è considerata una delle più impegnative, se non la più estenuante, delle competizioni sportive esistenti al mondo.
Ma una sera che si erano recati al pub e Rupert si era avvicinato al banco ad ordinare il solito, cioè due pinte di best bitter, mentre si faceva largo tra una diecina di giovani clienti, studenti come loro, tutti indaffarati a comprare pinte a gogo, nel chiedere permesso ad una ragazza che gli dava le spalle, lei si dovette girare per farlo passare, anzi si voltò perchè il tono della voce che aveva ascoltato lo trovò istintivamente piacevole, accattivante, caldo, morbido e musicale, tanto che attrasse la sua curiosità, infatti arcuò le sopracciglia e nel farlo infilare tra il corpo del suo dirimpettaio, dal quale distava non più di trenta centimetri ed il suo, lo guardò, incuriosita, negli occhi. Rupert, senza riflettere abbastanza, fece lo stesso. Entrambi si scrutarono guardandosi negli occhi, ma per quella frazione di secondi di troppo che le convenzioni delle buone maniere non hanno mai permesso. Cioè passarono dal semplice guardare al fissare. Che è un comportamento assolutamente censurato, o almeno in quegli anni lo era. Due lunghissimi secondi e passò oltre, avvicinandosi al bancone. Rupert raggiunse il banco, ma alquanto barcollando dagli splendidi occhi che aveva appena incrociato, chiese le due pinte, in poco tempo le ottenne, pagò e si volse di nuovo chiedendo di nuovo scusa e, con due boccali pieni e spumeggianti, con quella sottile spuma che solo le birre inglesi hanno e si ritrovò davanti allo stesso sorriso, agli stessi meravigliosi occhi azzurri, ma questa volta non si scambiarono più l’occhiata come pochi momenti prima. L’indifferenza, ma solo apparente, aveva preso il suo posto. Non era conveniente in così poco spazio ed in così breve tempo far notare il proprio interessamento o semplicemente la propria curiosità. Al primo approccio l’indifferenza deve prevalere, non si possono scoprire subito le proprie carte, il gioco delle parti inizia e solo chi lo sa giocare e bene, sino in fondo, raggiunge o può sperare di ottenere, il risultato desiderato. Dopo pochi passi si avvicino’ al tavolo di Ian e invece di guardarlo, per riprendere la conversazione dove era stata interrotta poco prima, i suoi occhi si erano improvvisamente persi nel vuoto, ed un leggero sorriso auto compiacente gli spuntò sul suo giovanile viso, e durò anche più del necessario, con il viso che si era alquanto incredulo, involontariamente e automaticamente girato verso il banco da dove era appena stato e senza che lui se ne accorgesse ovviamente, né che se ne rendesse conto, era come se fosse entrato in un’altra dimensione, tanto che Ian gli disse:
«Rupert, ci sei? … che cosa ti è successo?... A che cosa stai pensando, … chi hai incontrato, un fantasma?»
Sorpreso di essere stato notato, ripreso e scoperto, Rupert scosse la testa, ma in modo alquanto violento, chiaro segno che la sua attenzione era stata completamente attratta da qualcos’altro e disse semplicemente, ma con una voce come di chi scende od esce da un’altra dimensione, dove si è improvvisamente ritrovato, sorpreso principalmente che questa dimensione esistesse.
«Nulla, ehm .. nessuno, … non ho incontrato nessuno.»
Ian continuò a parlare, ma era chiaro che qualcosa aveva attratto l’attenzione di Rupert. Ian non volle insistere, era così evidente che non era necessario insistere, perché pensò che forse era possibile che si stava sbagliando. Ma non ne era tanto convinto. Ma poiché stimava molto il suo nuovo amico e aveva maturato, anche se in breve tempo, grande stima e fiducia in lui, ma era pur vero che lo conosceva da poco, la sua attenzione passò ad altro. Quanto successe a Rupert quella sera era particolarmente straordinario, era come se le sue pupille si fossero comportate come una pellicola fotografica, che aprendo l’otturatore e scattando la foto essa si impressiona indelebilmente, e l’oggetto che è stato visto e inquadrato per una frazione di secondo, resta fissato per sempre su quel rettangolino di celluloide. Negli occhi di Rupert era accaduta esattamente la stessa cosa; per giorni, qualsiasi cosa stesse facendo o qualsiasi cosa stesse guardando, aveva davanti a sé quell’immagine, e gli ritornava alla mente il piacere e la soddisfazione che aveva involontariamente provato nel guardare il viso di quella bella ragazza incontrata assolutamente e, semplicemente per caso, al pub.
Quando poi le sere seguenti, dopo un’ intensa giornata di studio, allenamenti, lezioni, spegneva la luce e chiudeva gli occhi per addormentarsi, lei riappariva attraverso la sua immagine, il suo bel sorriso, e le belle e carnose labbra. Era come un tormento, un’ossessione, che all’inizio gli diedero un certo senso di fastidio, che poi lentamente si trasformò in curiosità. Mai gli era successo prima, ne aveva conosciute di ragazze, ma nessuna aveva colpito nel segno come quella. Si rese conto che doveva cercarla, trovarla, parlarle e conoscerla, almeno per capire che cosa si nascondeva o si celava dietro quel dolce ed accattivante sorriso, che tanto aveva scosso la sua psiche, che compariva nel suo campo visivo più spesso di quanto avrebbe mai immaginato, che ovviamente nella parte del suo cervello, dove si immagazzinano quelle immagini che attirano la nostra attenzione, aveva creato un suo spazio e che lì si era fissata. Ma aveva anche capito che attraverso altri meccanismi cerebrali quell'immagine aveva invaso l'emisfero destro del cervello dove ci sono i sentimenti, le emozioni, e le affettività. Se l’emisfero destro infatti, tende infatti a controllare la parte emotiva, creativa e spirituale della nostra personalità, l’emisfero sinistro è collegato alle attività logiche ed al pragmatismo. Raramente le due parti si equivalgono e, in parte a causa di condizionamenti sociali, in parte in base al differente sviluppo caratteriale di ognuno di noi, una finisce quasi sempre col prevalere sull’altra. Ogni emisfero controlla le parti del corpo diametralmente opposte ad esso, questo significa che l’emisfero sinistro controlla il lato destro del corpo e viceversa. Il povero Rupert era quindi, senza esserne cosciente, stidiava letteratura e non medicina, in mezzo ad una battaglia tra i due emisferi del suo cervello.
Altre volte ritornarono allo stesso orario, sperando sempre che quel visino incantevole sarebbe riapparso davanti a loro, e che Rupert avrebbe potuto e voluto certamente trovare una scusa per rivolgerle una qualsiasi domanda, anche la più banale, purché fosse stata propedeutica alla sua conoscenza, al sapere il nome di quella creatura che le aveva reso la vita alquanto difficile e offrirle inizialmente una birra o qualsiasi altra cosa lei avrebbe desiderato o voluto, in quel momento. Pur di iniziare, con un qualsiasi pretesto, una conversazione. Ci ritornarono parecchie volte ma con scarsa fortuna. La dolce creatura non v’era e non sbucava mai da alcun angolo, da un’altra stanza, da dietro ad una colonna, dopo averla cercata sempre con tanta apparente non chalance ed indifferenza, per non dare nell’occhio e cercare di non far capire a Ian, che lui andava al pub unicamente ed esclusivamente per ritrovare l’angelo che aveva incontrato qualche settimana prima. Ma Ian aveva capito tutto, fin dalla prima volta. Aveva capito benissimo che l’apparente mancanza di concentrazione di Rupert era solo dovuta all’aver visto una ragazza che aveva attratto la sua finta ed apparente indifferenza. Anche Ian quella sera si era alzato per andare a prendere altre due pinte e aveva notato che c’erano alcune incantevoli creature, vicino al bancone dal quale si prelevavano le birre. Aveva realizzato, anche abbastanza semplicemente, che il suo amico doveva aver incrociato una sirena, una bella e splendida madonna fiorentina che aveva fatto incominciare a ribollire il suo sangue e battere più forte del normale il suo muscolo cardiaco. Nel guardarlo in faccia, e fissandolo assai brevemente negli occhi, aveva letto una strana e, inizialmente, diversa luce, come di chi ha incrociato una persona o una cosa particolarmente attraente, perchè non poteva essere diversamente, data l’età del suo amico, che si mostrava gioioso e stranamente contento, oltre che di una velata felicità e soddisfazione che è evidente negli occhi di chi ti stà di fronte e non riesce a nasconderlo. E’ troppo chiaro, è fin troppo evidente, quando ciò accade, che la vittima resta scioccata ed elettrizzata, come se avesse letteralmente preso una scossa e cercasse di liberare il corpo da questa invasione, perchè tale è. Infatti è come un corpo estraneo, ma è impossibile liberarsene quando ha colpito, quando ha centrato l’obiettivo, tutto ne resta pervaso, perchè in queste occasioni la vittima accetta l’essere stato ferito e non vuole più liberarsene, tutto è più dolce, tutto appare più roseo, l’innamorarsi e l’innamoramento sono come una piacevole malattia e uno stato di ebbrezza, con endorfine che ci pervadono e ci sguazzano rendendo a volte difficile il conviverci. Tutto intorno agli innamorati è più frizzante, gioioso, allegro, l’ottica cambia, si diventa più buoni e più comprensivi. Specialmente quando si è sulla soglia del passaggio da adolescente e teen ager all’età cosiddetta adulta.
Il suo corpo era stato infatti come penetrato e trafitto ed aveva accettato con immenso piacere l’intrusione. Oh quanto gli piaceva quel sentirsi diverso, quel costante pensiero a quel corpo, a quell’unico corpo, a quegli occhi, a quelle labbra, a quelle sottili ed esili mani, che aveva intravisto che reggevano il bicchiere di birra che stava bevendo. Tutto passava in secondo piano, l’ordine di importanza delle cose cambiava. A quell’età poi è la più dolce invasione esterna che si possa e si voglia avere. La aspettano tutti, i giovani in modo speciale, sanno che esiste, che verrà, ma non sanno come e quando ed in che modo si presenterà. La cercano, ma non ne sono convinti, ma non ne vogliono fare a meno, non vogliono sentirsi diversi dai loro amici, anche se fingono momenti di spensieratezza e di gioia, al non aver problemi che non siano quelli relativi alla loro posizione di studenti che si preparano per la vita.
Quando erano al pub, Rupert era diventato, dopo due settimane dal giorno dell’incontro, sempre più impaziente, non riusciva a stare fermo più di qualche minuto, aveva anche iniziato a tamburellare i polpastrelli delle dita di entrambe le mani a turno, cosa che non aveva mai fatto prima, spesso si alzava, fingendo di dover andare alla toilette, più del consueto, più del normale, in special modo quando entravano altri clienti. Poiché loro erano spesso seduti al loro consueto posto, che si trovava dietro una colonna, dal quale non si poteva vedere chi entrasse o chi uscisse, Rupert si alzava troppo spesso, ogni scusa era buona per girarsi e non riuscivano a portare avanti anche la più banale delle conversazioni, cosa assolutamente strana, poiché entrambi amavano bersi un paio di pinte, passandoci almeno un’ora, ma dialogando serenamente e piacevolmente. Andare al pub non significa voler bere, ma lo scopo è sempre quello relativo alla socializzazione ed alla conseguente conversazione, che copre tutti gli argomenti più attuali. Si parla di sport, degli esami, del loro passato, quando ci si conosce da poco, a volte anche dei genitori. Ma una sera, dopo essersi seduti uno di fronte all’altro, come era sempre accaduto, Ian gli chiede se voleva bere il solito. Rupert gli dice di sì. Ian si reca al banco ordina le due solite pinte, gli vengono date in poco tempo, c’era poca gente, paga si gira e si reca al tavolo. Si siede e incominciano a parlare, ma ad un certo momento Ian non potendo più continuare a tacere e a non voler essere tenuto all’oscuro di un qualcosa che, era troppo evidente, era accaduto al suo amico, e di cui lui non ne era a conoscenza, gli chiede:
- Rupert, mi dispiace ma c’è qualcosa che penso tu mi stia nascondendo, c’è qualcosa che ti è successo di cui mi tieni all’oscuro. Da un pò di tempo sei evasivo, rispondi a monosillabi, ma che cos’hai, non riesco a capirti, sei distratto, a che cosa stai pensando? Non riesco a completare una frase che tu ti giri da una parte o dall’altra, ed è chiaro ed evidente che non ti interessa quanto stò per dirti. Ma stai aspettando qualcuno?
· «Oh, scusa , scusa, … a nulla, a nulla,... a nulla in particolare. No, Ian non aspetto nessuno, credimi, è solo che .... ma forse è meglio che te lo dico. Tanto tu hai già capito. Ho visto due incredibili occhi su un viso di una fata dai capelli turchini, ho incrociato una bellissima ragazza. E non riesco a pensare ad altro che cercare di incontrarla di nuovo, e provare con qualsiasi scusa a conoscerla personalmente. Ecco, te l’ho detto, ti ho detta tutta la verità.»
Gli rispose Rupert con tono confessorio, guardandolo fisso negli occhi e sentendosi, dopo aver parlato, di essersi finalmente liberato di un peso. Infatti subito dopo incominciò a sentirsi meglio. Dopo un po’ passò vicino al loro tavolo un amico comune, Johnny si chiamava, che frequentava la society di canottaggio come loro, e partecipava a tutti gli allenamenti, li salutò molto affettuosamente e disse loro che un amico lo aveva invitato ad un drink’s party, che non è altro che una occasione per incontrare amici ed amiche, bevendo aperitivi, vino, birra, e gli aveva detto di portare anche altra gente. L’appuntamento era per il successivo week-end e gli dette anche l’indirizzo di dove recarsi. Si salutarono dopo poco, perché Johnny aveva da andare al centro e comprare dei libri, non aveva molto tempo a disposizione, mancava poco alla chiusura e quindi doveva affrettarsi. I giorni successivi trascorsero normalmente come gli altri precedenti, nessuno dei due, né Rupert né Ian avevano avuta la benché minima premonizione che quella visita, quell’occasione, quel party in quella bella casa in stile Tudor, che avrebbe iniziato a cambiare la loro vita.. Infatti durante i giorni che mancavano al sabato pomeriggio studiarono, mangiarono, dormirono, si lavarono, parlarono, passeggiarono, andarono a fare acquisti, scrissero lunghe lettere ai loro genitori, inconsapevoli di quanto il caso o il destino stava riservando loro. Se solo avessero avuto la minima idea di quanto e come la loro vita, la loro quotidianità, le loro esistenze sarebbero cambiate, forse avrebbero fatto l’impossibile per affrettare l’orologio mettendo e spostando avanti le lancette dei loro orologi da taschino, e mettere ansia al tempo, per farlo scorrere più velocemente possibile e farlo arrivare prima al pomeriggio dell’invito. Se solo fosse stato possibile.
Quella notte di venerdì dormirono benissimo, e contrariamente alle loro normali abitudini, a nessuno dei due venne voglia di andare al pub a bere un paio di birre per distrarre la mente. Dormirono profondamente e si svegliarono freschi e ben riposati, notarono entrambi che fuori c’era una bellissima giornata con tanto sole, cosa abbastanza inconsueta per quella parte del paese, che illuminava i tetti degli edifici che circondavano i loro dormitori e fecero colazione, bevvero un discreto tè, fecero una bella doccia calda, si vestirono con abiti normali e puliti per la stagione e si diedero appuntamento in High street, che è come il corso principale di un qualsiasi centro storico italiano, per una passeggiata, per acquistare un quotidiano, Rupert comprò il Times mentre Ian comprò il Guardian, e per bere un buon caffè. Tutto con un tono molto rilassato, da fine settimana, non avevano mai voglia, i sabati e le domeniche, di fare alcunché che gli desse ansia, stress e che interrompesse il loro state of mind. Si recarono in una tea house verso mezzogiorno e chiesero degli scons, leggeri e deliziosi pasticcini alla panna montata e leggermente farciti con marmellata di fragole, e parlarono del più e del meno. L’ambiente della pasticceria era molto caldo ed intimo, colori pastelli molti tenui sulle mura, stampe alle pareti con soggetti della campagna inglese e soffitti con grandi travi di legno ben tenuti, lucidi ed a vista, e pavimento coperto da lunghe tavole di legno, anche ben lucidato e con qualche tappeto, rendevano l’atmosfera molto casalinga; la sensazione netta e precisa che i clienti avevano era quella di essere il sabato all’inizio del fine settimana, ospiti nella cucina di amici nella loro casa di campagna. Era esattamente la sensazione che il proprietario della pasticceria voleva dare al suo locale, e ci era pienamente riuscito. I loro clienti erano quasi tutti habitué. Bambini ve ne erano pochi e ben educati, o facevano conversazione con i grandi oppure erano silenziosi, infatti nella cultura inglese i bambini “must be seen, but not heard”, cioè visti ma non sentiti. I capricci, specialmente in pubblico, letteralmente non esistono.
Non vedrete mai, o sarà molto difficile, per strada o in un qualsiasi luogo pubblico, un bambino che strepita, urla, piange, grida che vuole qualcosa, e se lo facesse ed i genitori capissero che è solo un capriccio, quasi mai gliela darebbero vinta. Da piccoli i bambini sono semplicemente educati ad ubbidire e le lagne od un comportamento che disturba i vicini ed i passanti, non è tollerato. E' imperativo il non disturbare, non annoiare nè importunare gli altri per strada od in un qualsiasi luogo pubblico o privato che sia. Parlarono poco del loro appuntamento del pomeriggio, in effetti non ci avevano dato molta importanza, non avevano riposto molte speranze di migliorare la loro vita sociale, ci andavano con piacere, ma poca e scarsa era l’emozione di essere stati invitati in una casa ad un cocktail. Finirono i loro scons, bevvero la terza tazza di tè, pagarono ed uscirono. Lentamente si avviarono verso le loro dimore e si diedero appuntamento per le 19. Andarono nelle rispettive stanze Rupert si mise a leggere, mentre Ian scrisse una bella e lunga lettera alla mamma raccontandole gli eventi principali della settimana e anche del party al quale sarebbe andato tra qualche ora assieme a Rupert. Il sistema postale ha sempre permesso che queste corrispondenze fossero tenute vive e longeve perché, allora come anche oggi, la posta arriva in 24 ore. Le ore restanti volarono senza che se ne accorgessero, si prepararono e si vestirono per l’occasione, si spruzzarono un po’ di lavanda sul viso e, puntuali entrambi, si ritrovarono al rendez-vous. Si recarono alla più vicina fermata degli autobus e, dopo pochi minuti di attesa in fila ordinata per uno, arrivò quello giusto. Si aprì la porta, salirono gli scalini, si avvicinarono al conducente e, prima di entrare, come è consuetudine, pagarono il rispettivo biglietto, e poi andarono a cercare un posto libero ed a sedersi. Il viaggio durò una ventina di minuti, allora di automobili ne circolavano pochissime, quindi i percorsi, anche apparentemente lunghi, duravano poco.
Scesero alla fermata che il loro amico gli aveva suggerito, seguirono i vari viottoli e si trovarono davanti ad un cancello di ferro battuto molto alto e alte mura ai due lati, piene di muschio sulle pietre esterne che li formavano e, fu solo in quel momento, che si guardarono in faccia con espressione incuriosita e sorpresa, mista a stupore e incredulità, entrambi si erano resi immediatamente conto di essere stati invitati in una casa di famiglia, che era stata o che ancora lo era, molto probabilmente, molto benestante. Il viottolo interno era anche abbastanza lungo prima che alla ennesima curva sbucarono e si trovarono in una piazzola antistante il grande ingresso con pietrisco sulla superficie. La casa aveva una facciata alta e imponente, circondata e ornata da un gran giardino, tanti cespugli e piante secolari, oltre che un bel prato d’ erba, di un brillante verde smeraldo, ben tenuto e ben curato con tante varietà di fiori di stagione, in pieno fulgore, e chiaramente curati da un padrone di casa amante ed orgoglioso del proprio giardino, al quale dedicava molto del suo tempo libero di quasi tutti i fine settimana. C’erano altri ragazzi che aspettavano di entrare e che erano però arrivati con un auto, ma loro non avendo trovato un taxi, avevano preferito i mezzi pubblici. Si annunciarono e furono introdotti in questo bel salone dove c’erano già tanti ragazzi della loro età ed alcuni adulti, probabilmente membri della famiglia ospitante. Tutti che parlottavano a coppie, mai più di tre persone, perché le conversazioni a più di tre diventano difficili da gestire, è molto più semplice face to face. Molto più pratico, meno dispersivo, inoltre c’è più attenzione. Generalmente si è in tre quando l’host presenta un vecchio amico o amica ad un nuovo guest.
All’improvviso avendo appena finito una breve conversazione con un canottiere della squadra che gli aveva comunicato un cambiamento dell’orario di inizio degli allenamenti del lunedì successivo, nel salutarlo e girandosi per cercare qualcun altro con cui conversare, i suoi occhi caddero su una figura femminile, che era però di spalle. Ne aveva sentita la voce, solo poco prima ma in modo distratto, il tono era dolce e melodico, le parole erano ben scandite, così come la dizione che era anche discretamente musicale. Il cervello di Rupert, aggrottando le sopracciglia, in modo del tutto automatico, improvviso e meccanico, aveva scavato nella memoria breve e si era fermato improvvisamente, avendo trovato una similitudine a delle note di voci femminili, a delle tracce abbastanza profonde e ben incise che avevano attratto, data la sua giovane età, la sua attenzione di maschio, e lasciato un ricordo brevissimo e fievole oltre che fugace, quasi un monosillabo, uno spezzone di una frase rimasta a galleggiare nell’aria del pub. In quello stesso pub dove, con Ian, aveva trascorso tanti piacevoli e rilassanti momenti, varie volte la settimana, come del resto tutti i giovani, da generazioni hanno sempre fatto; una delle più tradizionali abitudini dell’intera popolazione, maschile e femminile che sia. Ma Rupert non ci aveva fatto tanto caso, la sua attenzione, considerato il luogo dove si trovava, era stata distratta da altre figure, da altre persone, ma tutte con un bicchiere in mano; a questi ricevimenti sono normalmente invitate decine di persone, e il vocio è tanto. Altre persone lo avevano riconosciuto e brevemente e fugacemente fermato e con le quali aveva parlato del più e del meno, anche di politica, di università, della guerra fredda e del clima di quei giorni poi, improvvisamente, di nuovo risente, tra le tante udite assieme, quella voce, quelle note, ma questa volta più vicina, molto più vicina, e questa volta la sua attenzione, a quanto stava dicendo l’altro, fu come strappata con forza, come ad un tiro alla fune o come quando, durante una regata mentre si è in andatura di bolina, si decide di virare e bisogna cazzare la scotta, operazione che deve essere velocissima, per sfruttare al meglio il vento che viene veloce da prua, e così mantenere la stessa velocità. Se la manovra non è rapida e spedita si perde immediatamente la velocità che si aveva fino a pochi attimi prima. A questo punto Rupert lentamente si gira e allo stesso momento si rende conto che ciò che aveva attratto la sua attenzione, in un modo che si potrebbe definire violento, repentino e forte, era stato sia il ricordo della ragazza che aveva visto molto fugacemente al pub, che la sua melodiosa voce, poco prima ascoltata. Viso e voce si erano sovrapposte in un modo unico ed inconfondibile, lui si sbloccò contemporaneamente, come quando si è certi di aver trovato la risposta giusta ad un vecchio ed angosciante interrogativo, per risolvere il quale ci avevi pensato su tantissime volte, senza mai trovarne la soluzione. Tutto il suo essere improvvisamente e contemporaneamente all’ascolto della voce si era come risvegliato da un vecchio torpore, uno stato che era durato varie settimane senza che lui se ne fosse mai reso conto, e precisamente da quella sera quando aveva fugacemente intravisto la ragazza. Il tempo che durò girare la testa, quei pochi attimi, seguita al voltarsi dal resto del corpo, fissare gli occhi nella direzione dalla quale era venuta la “voce amica”, incrociare gli occhi di una bella fanciulla, il tutto durò una frazione di secondo. Si trovò davanti una figura, bruna di carnagione, dai lisci capelli castani ma, stranamente, in quel preciso momento, nella scia di un raggio di sole del tardo pomeriggio che stava improvvisamente penetrando da una grande finestra, alla sinistra di Rupert illuminato l’ambiente e meglio e più di tutti gli altri astanti, il viso della ragazza. La scena che si trovò davanti Rupert era come quella di tanti quadri del Caravaggio, dove i personaggi principali sono nel mezzo di un raggio di sole obliquo che proviene da uno dei lati dell’opera. La ragazza aveva una ampia fronte, l’ovale del viso era di un armonico tondo, con due fossette sulle guance, gli occhi di un intenso castano ma molto vivaci, e labbra dolcemente carnose, ma con una strana peculiarità ed unicità, erano occhi che sorridevano, che quando lei parlava rendevano l’espressione del viso, sempre e costantemente ispirato al tratto della felicità e della gioia, ma non quella banale, vuota o vacua, ma quella profonda di una persona intelligente e palesemente riflessiva e attenta al mondo che la circonda. Chi aveva la ventura di rivolgerle la parola, chi se la trovava di fronte, anche per scambiare poche parole, non poteva non restare piacevolmente attratto ed incantato da quel sorriso, come da una calamita. Aveva anche una perfetta dentatura e la voce era sempre armoniosa e dalle calde note musicali, mai note alte, mai esitazioni e con una ottima dizione. Tutto era piacevolmente chiaro in lei, il suo pensiero, lo scandire delle parole che ricercava, mai casuale, le sue frasi erano trasparenti delle sue idee e delle sue intenzioni, del suo modo di intendere tutto quanto, circondava in quegli anni i ventenni che, come lei, avevano da poco iniziato l’università. Tutto era chiaro in lei, … infatti, non per niente, si chiamava Claire. Si guardarono brevemente, anzi si può dire che si scrutarono, entrambi arricciando le sopracciglia, si sorrisero entrambi ma lui, pronto perché non voleva lasciarsi sfuggire questa occasione unica e, a suo modo, d’oro :
- “Io mi chiamo Rupert, e tu?” disse lui con aria decisa, ed in un modo forse anche un tantino arrogante, ma sfoggiando un gran bel sorriso,
- “Claire, mi chiamo Claire” rispose con un tono alquanto incuriosito, ma deciso;
- “Sei tu quell’incantevole creatura, dal dolce sorriso, che ho incontrato al pub qualche tempo fa?”
Questo scambio di frasi durò come un lampo, lui preferì scoprire subito le sue carte, non voleva tergiversare in lunghi preliminari, non voleva perder tempo e si espresse con voce chiara e decisa e lei capì, forse intuì, infatti, che questo ragazzo, questo ragazzo bello e attraente che gli stava di fronte, non voleva correr rischi fingendo, aveva una strana fretta, una strana ansia che normalmente non aveva mai incontrato nei coetanei conosciuti fino a quella occasione.
- Non capisco che vuoi dire? – gli rispose lei con tono interrogativo, fingendo di non ricordare.
Anche lei quella sera si era ricordata di aver visto e notato al pub un ragazzo particolarmente attraente e molto ben fatto, parecchio diverso dagli altri che aveva incontrato dal giorno che era sbarcata ad Oxford, alto e con una bella chioma di capelli castano chiari, lisci e setosi a guardarli, con una scriminatura a destra. Con un bel sorriso e occhi azzurri e con un lieve accenno di baffetti, che stavano incominciando a farsi strada sulle labbra che erano ben disegnate. Aveva un ovale del viso ben squadrato e orecchie ben attaccate alla testa. Claire aveva anche notato che aveva mani forti e robuste braccia, avambracci e polsi che erano coperti di peli biondi e chiari che fuoriuscivano dalla camicia che portava arrotolata sino al gomito. Claire aveva potuto notare questi dettagli mentre Rupert, allontanatosi dal banco dove aveva comprato le 2 pinte, si era girato incrociando il suo sguardo, che era in mezzo ad un gruppo di ragazzi che si trovavano lì vicino, e con le mani reggeva i due boccali colmi di birra, quella rossa, che era una Young’s , piccola brewry inglese del sud, con non più di mezzo centimetro di schiuma ma con un ricco ed intenso e consistente perlage.
Claire fissava Rupert con aria alquanto interrogativa, non capiva se il bel ragazzotto che le stava di fronte era un semplice Dongiovanni, un seduttore, un Casanova, un presuntuoso, un arrogante oxfordiano o semplicemente, e se lo augurava, un modo spicciolo e senza lunghi, complicati, contorti e leziosi modi di fare conoscenza che poteva durare settimane ed anche mesi, molto poco british efficace; infatti tante erano le ragazze che, senza mai confessarlo anche alle amiche del cuore, speravano di trovare, tutte o quasi le qualità appena elencate, nel ragazzo che le avrebbe fatto perdere la testa. In effetti poi, lei fece anche un’altra semplice considerazione e cioè che l’occasione e l’ambientazione erano luoghi ideali per un tale evento
Mentre si scrutavano e si accingevano ad una sperata e reciproca conoscenza, passò un signore di mezza età alquanto impettito, indossando la giacca di una livrea vecchia e anche alquanto usata, di un cotone color panna, ma che gli stava molto bene e che lui portava con un’aria seria e distinta, ma molto professionale, reggendo sul palmo della mano destra un bel vassoio pieno di tramezzini, in Sheffield molto ben tenuto e lucente, e chiese ai due se ne gradivano mangiare qualcuno. Rupert fu più lesto, aveva scoperto di avere un certo languore e allungò il braccio, ma improvvisamente si rese conto che aveva dimenticato chi gli stava di fronte, e doveva darle la precedenza, quindi esitò e si fermò appena in tempo, abbozzò un leggerissimo ed imbarazzato sorriso, che coprì con un leggero colpo di tosse, e disse:
- Dopo di te, Claire, a te l’onore della prima ... scelta.
Il vassoio che si trovarono davanti era pieno di piccoli sandwich molto invitanti, al quale a turno entrambi si servirono, almeno un paio di volte, principalmente perché ai rispettivi college il cibo che si trovavano nei piatti, non era poi tanto invitante e profumato come quanto era davanti ai loro compiaciuti occhi e narici in quel momento.
Lei lo guardò in viso e notò il suo imbarazzo, notò l’emozione dell’inaspettato incontro e capì che Rupert stava cercando un argomento per iniziare una conversazione che si augurava interessante, che lui avrebbe condotto in modo brillante ed alla quale avrebbe partecipato con il suo solito acume, le sue ampie conoscenze, le sue citazioni, per impressionare l’altro, in questo caso l’altra.
Lei non era certamente da meno, avendo letto tantissimi libri sin da piccola, ed anche lei cresciuta nello stesso tipo di famiglia ma londinese, con genitori amanti del teatro, della musica classica e dell’opera, che avevano spesso come ospiti persone del mondo letterario e della cultura, come scrittori di romanzi o critici letterari di entrambi i sessi, e ogni tanto capitava anche che riuscivano, tramite le loro ampie conoscenze, ad invitare concertisti, sceneggiatori, produttori, cantanti lirici. Da piccola Claire si era trovata sempre a suo agio in mezzo a quel mondo, sempre aiutata dai genitori, quando occasionalmente si trovava in situazioni realisticamente difficili per un’adolescente.
Rupert le chiese, come prima cosa, se fosse anche lei studentessa ad Oxford e seppe che frequentava la facoltà di English History, ed in particolare quella medievale, che la appassionava sin da bambina. Mentre lei spiegava, lui si sentiva sempre più attratto dal bel viso della ragazza, dalla luce che emanava, dal colore della pelle, che sul viso era di un tenue pallido rosa, gli occhi erano di un verde chiaro, e faceva un grosso sforzo a concentrarsi su quanto stava dicendo, perché il suo pensiero volava al desiderio che lo stava assalendo, di toccarla dolcemente con la punta delle dita, di sfiorarle le guance, di accarezzarle i setosi capelli, che erano castani e poco ondulati, il suo naso era molto piccolo e ben disegnato, senza sbavature, diritto e con piccole narici. Claire, mentre spiegava a Rupert la bellezza della Storia medievale inglese, così piena di straordinari personaggi, sentiva dentro di sé uno strano piacere nel guardarlo negli occhi e nel capire che l’attenzione di Rupert era sì rivolta a quanto lei gli stava dicendo, ma allo stesso momento si rendeva conto che lui era attratto anche da ben altro. La sua bellezza, la bellezza di Claire, stava indubbiamente facendo colpo sul ragazzo che aveva conosciuto quel pomeriggio. Capì, intuì, sentì, come solo le donne son capaci di fare, che quel ragazzo era rimasto molto affascinato dalle sue bellezze, che aveva fatto colpo, che l’attrazione si leggeva negli occhi di Rupert, che era evidente che, se improvvisamente le sale dove si trovavano, si fossero miracolosamente svuotate come per magia, ancora pochi minuti e i loro corpi si sarebbero avvicinati ancora di più, di quanto non lo erano in quel momento. E se un grammofono o un’orchestra avesse incominciato a suonare un motivo lento, senza chiedere, si sarebbero messi a ballare. I loro corpi si sarebbero cautamente avvicinati, ma certi della reazione d’approvazione dell’altro, si sarebbero lentamente e progressivamente stretti, e si sarebbero trovati sempre più vicini e sempre più appassionati. Senza alcuna necessità di usare sterili parole, gli occhi avrebbero parlato da soli, i messaggi ed i desideri sarebbero usciti a frotte ed a grappoli dal loro profondo, dai loro istinti più ovvi, acerbi e naturali e per le loro giovani e inebrianti età, le emozioni li avrebbero sopraffatti e circondati, le mani avrebbero cercato quelle parti del corpo che gli stavano più avvinghiate e che più attraggono una giovane coppia. Alla prima esperienza e al primo incontro di natura intima, quando il cuore batte a duecento all’ora, di quelli duraturi e indimenticabili, quello di due giovani sani e attraenti, di due vite che si desiderano e si cercano. Rupert vedeva in Claire la donna dei suoi recenti sogni e aveva in quel momento solo una gran voglia di stringerla e di abbracciarla. Poiché il tempo stava velocemente passando, lui propose di rivedersi alla prima occasione.
- «Domani sera? Mi piacerebbe rivederti domani, già domani, non vorrei attendere di più, stò così bene con te». Le disse lui con un tono quasi implorante. Ma sperando in una risposta positiva e complice.
· «Anche a me piacerebbe rivederti domani, ma ho un impegno precedente, ci possiamo rivedere dopodomani, devo prepararmi per un test che ho il giorno dopo. Dovrò studiare tutta la giornata e forse anche la notte prima».
Rispose lei con aria dispiaciuta e anche con una certa rabbia dentro, perché le sarebbe piaciuto rivederlo e non essere … interrotti, da amici, conoscenti e persone dintorno. Ma era ben determinata. E nel dire ciò lo guardò fisso negli occhi, per fargli capire che veramente avrebbe preferito trascorrere la sera con lui, e non con i libri.
Ma gli esami erano troppo importanti in quanto ricordava sempre ciò che il padre le aveva continuamente raccomandato, e che costantemente le ricordava nelle lettere che scambiava con la figlia. Non doveva dipendere da uomini, le scriveva il padre, doveva essere finanziariamente indipendente, era troppo importante per la sua dignità di donna. Rupert a malincuore accettò, e nel dirle che tutto andava bene e che avrebbe pazientemente aspettato la sera successiva senza alcun problema, i suoi occhi brillavano, erano luccicanti dall’emozione, dimostravano tutta la felicità che Claire gli stava dando, rispondendo in quel modo al suo invito. Aveva capito che Claire era entrata in perfetta sintonia con lui e che la loro sarebbe stata un’amicizia che sarebbe durata a lungo. Fu quasi istintivo il tutto, fu veloce e semplice, entrambi avevano capito che l’altro era una persona speciale, e che l’occasione era unica ed irripetibile, anche se si erano conosciuti da poco, anzi da pochissimo. Ma la scintilla esplose furiosa, chiara e netta, il desiderio dell’altro era evidente nell’animo e nel corpo nelle membra di entrambi, come quando ci si ritrova involontariamente nel bel mezzo di un turbine, o in una situazione incontrollabile e irrefrenabile. Erano stati entrambi colpiti da una scarica elettrica che continuava i suoi effetti. In un'altra stanza Ian stava parlando con un altro ragazzo, canottiere come lui, che aveva incontrato quando si era recato alla toilette. Si trovavano in un'altra enorme stanza della grande casa, era una stanza adibita a libreria dato che le pareti erano ricoperte da boiserie con scaffalature ripiene di libri, antichi e moderni e diverse poltrone per coloro che si ritiravano in quel locale per cercare la tranquillità necessaria per potersi dedicare alla lettura di un libro. Sul pavimento c’erano anche bei tappeti Aubusson cinesi, grandi e caldi, rilassanti e, a guardarli, morbidi dalle belle tinte pastello e piacevoli per gli occhi, di chi li sapeva ammirare.
sabato 27 marzo 2010
lunedì 22 marzo 2010
Capitolo 3
L’Università di Oxford ha da tempo immemorabile considerato il canottaggio come uno dei suoi sport più importanti, essenziali per uno sviluppo educativo ed equilibrato dei propri studenti e, in quegli anni, le richieste per diventare rematori erano sempre benvenute. Ma riservato solo ai migliori studenti del paese, quelli che hanno i diplomi, cioè con i migliori voti ed un fisico promettente, cioè ragazzi molto robusti di costituzione forte e grandi e lunghi arti.
Già dal primo incontro come freshers, o matricole, dopo che il loro istruttore si era reso conto che entrambi avevano una stazza ideale per quella disciplina e che avevano un invidiabile fisico, gli fece i complimenti dicendo loro che, con il corpo che si ritrovavano, se si fossero molto e duramente impegnati, come è naturale che sia in uno sport dove è indispensabile la volontà innanzitutto, il grande sacrificio, la dedizione e la concentrazione sarebbero arrivati certamente a livelli, prestazioni e risultati molto elevati. E l’università sarebbe stata fiera delle loro performance, ed i loro nomi sarebbero passati alla storia del college. Poiché casualmente si erano ritrovati vicini il primo giorno, quando tutti i nuovi arrivati erano dagli istruttori schierati per tentare di formare dei primi tentativi di equipaggio, al complimento si guardarono e, lieti e sorpresi ed anche un po’ imbarazzati, accennarono un lieve sorrisero.
-“Dovete sapere che questa che avete scelto è una disciplina molto impegnativa, è anche una delle più antiche e remote attività fisiche dell’uomo, dopo il correre e l’arrampicarsi l’uomo ha dovuto imparare a remare, a spostarsi quanto più velocemente nell’acqua, che è un liquido che, non dimenticatelo, oppone resistenza, con oggetti galleggianti da una riva ad un’altra. Nei secoli le tecniche si sono evolute in continuazione, a partire dalle barche, che sono state grandi ed ingombranti, per poi rimpicciolirsi per essere più leggere e più veloci nelle gare. “
Aveva detto loro in occasione del loro primo incontro, il primo pomeriggio di un ottobre del 1950 il loro istruttore, Mr Connolly, ma con un fare molto serio e con un tono di grande e solenne messaggio, con una certa aria di condiscendenza dietro i suoi grandi baffi, e non tanto velato orgoglio, pieno di storia molto importante, di uno sport che, da secoli, li vedeva eterni rivali di Cambridge. Avevano la stampa di tutto il paese, e non solo, concentrata sull’evento che vedeva rivaleggiare i due grandi college. Ad iniziare dal 1829 questa leggendaria gara di canottaggio è stata definita dalla stampa inglese come “la sfida sportiva di sopravvivenza più lunga al mondo” .
Erano usciti, dalla prima lezione, abbastanza soddisfatti e Rupert aveva suggerito di suggellare e brindare a questa loro scoperta, perché mai nessuno aveva loro fatto notare che avevano un corpo ideale per il canottaggio, per il remare.
Si avviarono verso il centro della città e passeggiando lungo il fiume si infilarono in uno dei vecchi pub di Oxford, il Kings Arms esattamente, che era stato fondato addirittura nel 1607 ed era un pub che aveva preso il nome addirittura dal re James I.
-“Dovremmo brindare a questa nostra scoperta, ed all’inizio del periodo più bello, unico, irripetibile e mi auguro anche intenso della nostra gioventù.” Disse Rupert con tono entusiastico e sorridente ed inoltre alquanto felice di sapere che gli anni che avrebbero trascorso a Oxford, non sarebbero trascorsi solo studiando. A lui la natura era sempre piaciuta e specialmente il contatto fisico con essa, non solo quando la si ammira passeggiando nei boschi o in riva al mare o ad un lago o fiume che sia. Rupert amava la natura, quando lo circondava da tutte le parti, e poi si svolgeva in lontananza fino all’infinito e ci si sentiva dentro parte integrante di essa, come un ramo, una pianta, un albero o del terriccio. Gli piaceva quando da tutte le parti lo circondava l’aria calda e la stessa aria si perdeva nelle infinite lontananze; quando i fili d’erba succosi, che schiacciava sedendosi sopra richiamavano il verde di infiniti altri campi; quando le foglie, che mosse dal vento, spostavano l’ombra sul suo viso e componevano la linea del bosco lontano; quando gli sciamavano intorno miriadi di insetti, strisciavano le coccinelle e gli uccelli riempivano l’aria con i loro melodiosi canti. Ma avrebbero avuto tempo per svagarsi, essere su una barca, che si sperava gli sarebbe veramente piaciuta e, quello che più contava, era che sarebbero stati in mezzo alla natura che si trova ai lati del grande fiume. Entrambi, infatti, non apprezzavano tanto la vita delle città, le giudicavano troppo … caotiche.
-« Sono d’accordo e brindo anch’io al nostro futuro, ed alla nostra amicizia, che mi auguro sarà lunga… a proposito, tu che cosa studierai ?»- rispose Ian allegro ma con un tono po’ sommesso.
-“ Letteratura inglese, mi è sempre piaciuto leggere sin da piccolo, leggo di tutto, specialmente i classici sia inglesi che europei ed anche quelli dell’antichità classica. E' un'abitudine che ho sin da piccolissimo, da quando mia mamma, tutte le sere, prima di addormentarmi, mi leggeva varie pagine di un libro che lei attentamente sceglieva. Ci teneva moltissimo che prendessi l'abitudine alla lettura e che tale piacere mi accompagnasse per tutta la vita. A mio avviso è il più grande dono che una mamma può fare al proprio figlio. ” gli rispose Rupert.
-“ Invece io ho preferito studiare l’economia. I numeri mi hanno sempre intrigato, la matematica è sempre stata una delle mie materie preferite. Come sono gestite le imprese di tutte le dimensioni è sempre stato una mia grande curiosità, ma quello che piu’ m’ interessa conoscere e’ il mondo che si trova dietro ai soldi, che cosa c’e’ oltre allo scambio di danaro quando passa di mano in mano, le decisioni che vengono prese, e le considerazioni che vengono fatte, tutte le strategie che stanno dietro alla movimentazione di grandi capitali.” gli rispose Ian, secco e deciso.
La settimana successiva si recarono sul fiume, dove c’erano i capannoni di proprietà del college, le cosiddette boat houses, e dove erano conservate le canoe per il canottaggio. Mr. Connelly aveva anche preparato e messi in fila gli attrezzi necessari alla fase preparatoria, indispensabile per preparare i corpi allo sport della canoa e del remare. Braccia, gambe, pettorali, dorsali, addominali, vanno tutti preparati al tremendo sforzo fisico che il canottaggio comporta. Se non si hanno corpi piu’ che perfetti, bicipiti e tricipiti potenti, dorsali e addominali come acciaio, l’imbarcazione non si muove alla velocita’ voluta. Gli esercizi preparatori, che trasformano un normale corpo di un maschio adulto, di almeno 70 chili, in una massa omogenea e perfetta di muscoli scattanti ed elastici, duri come pietre, anzi come massi, sono tantissimi e vanno fatti tutte le settimane, almeno una volta al giorno e le serie di esercizi sui vari attrezzi sono diecine e sempre piu’ intensi. Dopo almeno tre mesi di sessioni giornaliere e di un cambiamento delle loro diete alimentari adatto all’obiettivo che si erano proposti, incominciarono le prime lezioni con sedili e remi posti su una pedana situata al centro di una vasca circondata da un anello di acqua profonda circa mezzo metro e il movimento dei remi creava un moto circolare all’acqua che non astacolava gli atleti. Gli venne insegnato come impugnare i remi, come remare, la posizione del corpo durante la remata, del busto come del collo, come si devono muovere le braccia ed i polsi, come e fin dove devono stendersi le gambe, la spinta che le cosce devono dare al resto del corpo, il ritmo delle remate e l'intensità della remata cioè la potenza e la spinta che devono imprimere alla barca che determina la sua velocità sull'acqua, fin dove devono affondare le estremità della pala del remo, per una migliore ed ottimale remata. Furono messi in un team di 8 e incominciarono la prima lezione teorica, che non durò molto, passarono poi agli aspetti pratici e Mr. Connolly spiegò loro l’importanza e l’essenzialità della preparazione atletica che viene fatta in palestra per potenziare tutte quelle parte del corpo indispensabili a far andare molto veloce la barca sulla quale stanno gareggiando. I sacrifici che richiede il canottaggio sono enormi, gli allenamenti sono giornalieri, poco prima di gare e competizioni anche due volte al giorno e per almeno tre ore.
Il primo anno parteciparono più volte la settimana ad allenamenti, perché dovevano innanzitutto apprendere i rudimenti del remare, da soli all'inizio e poi con un equipaggio, e coprire la distanza in un tempo fissato dall'allenatore. Alla fine delle giornate e delle settimane arrivavano abbastanza distrutti, ma con il passare dei mesi la stanchezza al sabato, era gradualmente e lentamente minore. I muscoli delle loro spalle, i loro bicipiti e tricipiti, i muscoli delle cosce e gambe, si erano tutti gonfiati e ne guadagnarono in rispetto, olte che ammirazione ed invidia, dai loro amici e rivali tutti. I loro progressi furono subito evidenti, le loro capacità e potenzialità saltarono all’occhio dopo pochi mesi, ed il loro allenatore ne era particolarmente fiero, ma non lo dava mai a vedere, e nutriva segretamente per loro due grandi speranze. Li incitava comunque a far meglio, non era mai soddisfatto appieno, tranne che a fine sessione quando si complimentava con loro, perché il loro stile ed il loro entusiasmo, oltre che il ritmo che riuscivano ad imporre alla canoa, e l’atmosfera che riuscivano a creare, erano tali che il resto dell’equipaggio ne restava positivamente influenzato, e remavano tutti meglio. E la barca andava che era una meraviglia. Perché loro due scoprirono di essere gli elementi trainanti dell’equipaggio e gli altri erano contenti e fieri di esserci e non v’erano gelosie né invidie, ciò che contava di più era la velocità della barca ed i tempi che riuscivano a fare sulle brevi e medie distanze, e che sopratutto l’istruttore ne fosse contento e soddisfatto.
Anche i loro studi andavano di pari passo, erano felici e sempre ben predisposti verso gli altri, sempre allegri e gioviali e di buon umore, le ragazze non disdegnavano i loro sguardi e le loro avances, quando si incontravano o incrociavano al pub. Ma essendo ancora troppo giovani, inizialmente i loro giochi amorosi duravano poco, non più di qualche settimana, non avevano alcuna intenzione di impegnarsi, di fidanzarsi con la prima che capitava, la prima di cui pensavano o credevano di essersi innamorati. Essendo la prima volta. I loro progetti erano a lungo termine, non avevano le energie intellettuali necessarie e sufficienti per conciliare studio, lezioni, compiti, allenamenti giornalieri preparatori alle prime gare di canottaggio, un paio di sere al pub per incontrare altri studenti come loro, corrispondenza settimanale con i rispettivi genitori, che pretendevano risposte e notizie e non accettavano, né si sarebbero mai accontentati di una o due lettere al mese, o tantomeno di una cartolina, né tanto meno di costose telefonate, che per ovvi motivi non potevano includere tutti i dettagli che le mamme si aspettavano, dei loro primi mesi ad Oxford, dai loro figli. Ma questo discorso vale anche e forse di più per le femmine, i cui genitori sono sempre stati, per definizione, più apprensivi.
Uscivano ed uscirono, quanto più spesso possibile, decine di volte, sia per allenarsi in vista di competizioni, o semplicemente per uscire e remare. Così solo erano capaci di distrarsi e scaricare ed eliminare la tensione e lo stress e vivere momenti intensi, unici ed irripetibili; da soli, su pochi metri quadrati di spazio, con i soli rumori dei polmoni che inspiravano ossigeno puro della campagna nella quale erano immersi, e che formava nuvolette di un intenso grigio all’uscita dai polmoni, nella fredda e pungente campagna dell'Oxfordshire, con il rumore delle pale che entravano nell’acqua e con la sola forza delle loro braccia, oltre all’immane sforzo e spinta delle gambe e dei muscoli addominali, che dovevano spingere la barca e farla andare più velocemente possibile, sempre più forte, verso la loro meta. Perchè l'mpegno lo mettevano comunque.
Erano circondati a volte dalla sola natura fluviale, da un corso d'acqua che da millenni seguiva sempre lo stesso percorso tra colline e pianure, tra alberi e boschi, e circondati da una fauna variegata, che consisteva spesso in un cinguettare degli uccelli che si trovavano a volare da quelle parti, sopra le loro teste, o nei boschi che circondavano il tratto di fiume che stavano attraversando, altre volte da anatre, seguite, specialmente in primavera, dagli ultimi nati, che erano delle loro miniature e mai meno di tre, o il rumore del vento, quando soffiava intenso e attraversava i filari di alberi che circondavano i tratti nel loro percorso. La parola inquinamento in quegli anni non era stata neppure coniata, nessuno scienziato si preoccupava del problema della qualità dell’aria che si respirava, le automobili che circolavano erano poche, l’ossigeno che respiravano era assolutamente puro, specialmente lontano dai grandi centri abitati, al massimo alle loro narici arrivava, ogni tanto, l’intenso odore dello sterco delle vacche che pascolavano nei paraggi. Sia Rupert che Ian amavano molto intensamente la natura e starci quanto più possibile a contatto, apprezzando il suo silenzio o i suoi pochi suoni, procurava loro gioia ed emozioni, che non potevano né avevano mai avuto intenzione di descrivere o farne oggetto di conversazione. Ogni tanto si fermavano ed uno di loro diceva:
“ Che incanto, che silenzio, che pace, quanto è bella, rilassante, piacevole, rinvigorente ed accogliente la natura in questo periodo” con un tono tranquillo, appagato e sereno, con voce appena sussurrata, spesso guardando in alto per ringraziare una entità superiore.
E l’altro con un fare, altrettanto pacato, rispondeva con un semplice:
“ E’ vero, e sono totalmente d’accordo. ” ma senza necessità di guardarsi in faccia, né avrebbero potuto, visto che in un due uno da le spalle all'altro.
Erano entrambi estraniati e persi nel godimento della natura e della libertà che fortemente sentivano, odoravano e annusavano.
Questo idilliaco periodo durò tutto il tempo dell’università, frammisto ad esami e gare e competizioni locali, regionali e universitarie, che erano queste ultime quelle più importanti, quelle che erano più sentite e dove l’impegno che i giovani atleti ci mettevano era nettamente superiore e che richiamavano inglesi da tutto il paese. Arrivavano giornalisti dei quotidiani più importanti, specialmente, quando Oxford sfidava Cambridge, l’eterno rivale, su una canoa con otto giovani rematori, più un ‘altro piccolo e leggero che dava loro il ritmo, da secoli. La gara era molto spettacolare e migliaia di spettatori arrivavano con ogni mezzo, si mettevano ai lati del fiume per ammirare ed incitare questi ragazzi che si sfidavano in una massacrante competizione, che era perciò molto spettacolare, perché molto sentita, persino il preside si raccomandava ed incitava i propri ragazzi. Il compito a loro affidato era molto banale, dovevano semplicemente … vincere, sarebbe stato molto apprezzato una loro vittoria. Ma solo quella. I gestori dei ristoranti e dei pub della zona sapevano che, durante quella giornata, ma anche i giorni immediatamente prima ed i successivi, avrebbero fatto più affari che in un intero trimestre. Pregavano e speravano anche che le previsioni del tempo nei giorni immediatamente precedenti fossero buone e che non prevedessero pioggia. Altrimenti in pochi sarebbero arrivati, si sarebbero visti solo i familiari e le fidanzate dei rematori. E qualche giornalista.
Già dal primo incontro come freshers, o matricole, dopo che il loro istruttore si era reso conto che entrambi avevano una stazza ideale per quella disciplina e che avevano un invidiabile fisico, gli fece i complimenti dicendo loro che, con il corpo che si ritrovavano, se si fossero molto e duramente impegnati, come è naturale che sia in uno sport dove è indispensabile la volontà innanzitutto, il grande sacrificio, la dedizione e la concentrazione sarebbero arrivati certamente a livelli, prestazioni e risultati molto elevati. E l’università sarebbe stata fiera delle loro performance, ed i loro nomi sarebbero passati alla storia del college. Poiché casualmente si erano ritrovati vicini il primo giorno, quando tutti i nuovi arrivati erano dagli istruttori schierati per tentare di formare dei primi tentativi di equipaggio, al complimento si guardarono e, lieti e sorpresi ed anche un po’ imbarazzati, accennarono un lieve sorrisero.
-“Dovete sapere che questa che avete scelto è una disciplina molto impegnativa, è anche una delle più antiche e remote attività fisiche dell’uomo, dopo il correre e l’arrampicarsi l’uomo ha dovuto imparare a remare, a spostarsi quanto più velocemente nell’acqua, che è un liquido che, non dimenticatelo, oppone resistenza, con oggetti galleggianti da una riva ad un’altra. Nei secoli le tecniche si sono evolute in continuazione, a partire dalle barche, che sono state grandi ed ingombranti, per poi rimpicciolirsi per essere più leggere e più veloci nelle gare. “
Aveva detto loro in occasione del loro primo incontro, il primo pomeriggio di un ottobre del 1950 il loro istruttore, Mr Connolly, ma con un fare molto serio e con un tono di grande e solenne messaggio, con una certa aria di condiscendenza dietro i suoi grandi baffi, e non tanto velato orgoglio, pieno di storia molto importante, di uno sport che, da secoli, li vedeva eterni rivali di Cambridge. Avevano la stampa di tutto il paese, e non solo, concentrata sull’evento che vedeva rivaleggiare i due grandi college. Ad iniziare dal 1829 questa leggendaria gara di canottaggio è stata definita dalla stampa inglese come “la sfida sportiva di sopravvivenza più lunga al mondo” .
Erano usciti, dalla prima lezione, abbastanza soddisfatti e Rupert aveva suggerito di suggellare e brindare a questa loro scoperta, perché mai nessuno aveva loro fatto notare che avevano un corpo ideale per il canottaggio, per il remare.
Si avviarono verso il centro della città e passeggiando lungo il fiume si infilarono in uno dei vecchi pub di Oxford, il Kings Arms esattamente, che era stato fondato addirittura nel 1607 ed era un pub che aveva preso il nome addirittura dal re James I.
-“Dovremmo brindare a questa nostra scoperta, ed all’inizio del periodo più bello, unico, irripetibile e mi auguro anche intenso della nostra gioventù.” Disse Rupert con tono entusiastico e sorridente ed inoltre alquanto felice di sapere che gli anni che avrebbero trascorso a Oxford, non sarebbero trascorsi solo studiando. A lui la natura era sempre piaciuta e specialmente il contatto fisico con essa, non solo quando la si ammira passeggiando nei boschi o in riva al mare o ad un lago o fiume che sia. Rupert amava la natura, quando lo circondava da tutte le parti, e poi si svolgeva in lontananza fino all’infinito e ci si sentiva dentro parte integrante di essa, come un ramo, una pianta, un albero o del terriccio. Gli piaceva quando da tutte le parti lo circondava l’aria calda e la stessa aria si perdeva nelle infinite lontananze; quando i fili d’erba succosi, che schiacciava sedendosi sopra richiamavano il verde di infiniti altri campi; quando le foglie, che mosse dal vento, spostavano l’ombra sul suo viso e componevano la linea del bosco lontano; quando gli sciamavano intorno miriadi di insetti, strisciavano le coccinelle e gli uccelli riempivano l’aria con i loro melodiosi canti. Ma avrebbero avuto tempo per svagarsi, essere su una barca, che si sperava gli sarebbe veramente piaciuta e, quello che più contava, era che sarebbero stati in mezzo alla natura che si trova ai lati del grande fiume. Entrambi, infatti, non apprezzavano tanto la vita delle città, le giudicavano troppo … caotiche.
-« Sono d’accordo e brindo anch’io al nostro futuro, ed alla nostra amicizia, che mi auguro sarà lunga… a proposito, tu che cosa studierai ?»- rispose Ian allegro ma con un tono po’ sommesso.
-“ Letteratura inglese, mi è sempre piaciuto leggere sin da piccolo, leggo di tutto, specialmente i classici sia inglesi che europei ed anche quelli dell’antichità classica. E' un'abitudine che ho sin da piccolissimo, da quando mia mamma, tutte le sere, prima di addormentarmi, mi leggeva varie pagine di un libro che lei attentamente sceglieva. Ci teneva moltissimo che prendessi l'abitudine alla lettura e che tale piacere mi accompagnasse per tutta la vita. A mio avviso è il più grande dono che una mamma può fare al proprio figlio. ” gli rispose Rupert.
-“ Invece io ho preferito studiare l’economia. I numeri mi hanno sempre intrigato, la matematica è sempre stata una delle mie materie preferite. Come sono gestite le imprese di tutte le dimensioni è sempre stato una mia grande curiosità, ma quello che piu’ m’ interessa conoscere e’ il mondo che si trova dietro ai soldi, che cosa c’e’ oltre allo scambio di danaro quando passa di mano in mano, le decisioni che vengono prese, e le considerazioni che vengono fatte, tutte le strategie che stanno dietro alla movimentazione di grandi capitali.” gli rispose Ian, secco e deciso.
La settimana successiva si recarono sul fiume, dove c’erano i capannoni di proprietà del college, le cosiddette boat houses, e dove erano conservate le canoe per il canottaggio. Mr. Connelly aveva anche preparato e messi in fila gli attrezzi necessari alla fase preparatoria, indispensabile per preparare i corpi allo sport della canoa e del remare. Braccia, gambe, pettorali, dorsali, addominali, vanno tutti preparati al tremendo sforzo fisico che il canottaggio comporta. Se non si hanno corpi piu’ che perfetti, bicipiti e tricipiti potenti, dorsali e addominali come acciaio, l’imbarcazione non si muove alla velocita’ voluta. Gli esercizi preparatori, che trasformano un normale corpo di un maschio adulto, di almeno 70 chili, in una massa omogenea e perfetta di muscoli scattanti ed elastici, duri come pietre, anzi come massi, sono tantissimi e vanno fatti tutte le settimane, almeno una volta al giorno e le serie di esercizi sui vari attrezzi sono diecine e sempre piu’ intensi. Dopo almeno tre mesi di sessioni giornaliere e di un cambiamento delle loro diete alimentari adatto all’obiettivo che si erano proposti, incominciarono le prime lezioni con sedili e remi posti su una pedana situata al centro di una vasca circondata da un anello di acqua profonda circa mezzo metro e il movimento dei remi creava un moto circolare all’acqua che non astacolava gli atleti. Gli venne insegnato come impugnare i remi, come remare, la posizione del corpo durante la remata, del busto come del collo, come si devono muovere le braccia ed i polsi, come e fin dove devono stendersi le gambe, la spinta che le cosce devono dare al resto del corpo, il ritmo delle remate e l'intensità della remata cioè la potenza e la spinta che devono imprimere alla barca che determina la sua velocità sull'acqua, fin dove devono affondare le estremità della pala del remo, per una migliore ed ottimale remata. Furono messi in un team di 8 e incominciarono la prima lezione teorica, che non durò molto, passarono poi agli aspetti pratici e Mr. Connolly spiegò loro l’importanza e l’essenzialità della preparazione atletica che viene fatta in palestra per potenziare tutte quelle parte del corpo indispensabili a far andare molto veloce la barca sulla quale stanno gareggiando. I sacrifici che richiede il canottaggio sono enormi, gli allenamenti sono giornalieri, poco prima di gare e competizioni anche due volte al giorno e per almeno tre ore.
Il primo anno parteciparono più volte la settimana ad allenamenti, perché dovevano innanzitutto apprendere i rudimenti del remare, da soli all'inizio e poi con un equipaggio, e coprire la distanza in un tempo fissato dall'allenatore. Alla fine delle giornate e delle settimane arrivavano abbastanza distrutti, ma con il passare dei mesi la stanchezza al sabato, era gradualmente e lentamente minore. I muscoli delle loro spalle, i loro bicipiti e tricipiti, i muscoli delle cosce e gambe, si erano tutti gonfiati e ne guadagnarono in rispetto, olte che ammirazione ed invidia, dai loro amici e rivali tutti. I loro progressi furono subito evidenti, le loro capacità e potenzialità saltarono all’occhio dopo pochi mesi, ed il loro allenatore ne era particolarmente fiero, ma non lo dava mai a vedere, e nutriva segretamente per loro due grandi speranze. Li incitava comunque a far meglio, non era mai soddisfatto appieno, tranne che a fine sessione quando si complimentava con loro, perché il loro stile ed il loro entusiasmo, oltre che il ritmo che riuscivano ad imporre alla canoa, e l’atmosfera che riuscivano a creare, erano tali che il resto dell’equipaggio ne restava positivamente influenzato, e remavano tutti meglio. E la barca andava che era una meraviglia. Perché loro due scoprirono di essere gli elementi trainanti dell’equipaggio e gli altri erano contenti e fieri di esserci e non v’erano gelosie né invidie, ciò che contava di più era la velocità della barca ed i tempi che riuscivano a fare sulle brevi e medie distanze, e che sopratutto l’istruttore ne fosse contento e soddisfatto.
Anche i loro studi andavano di pari passo, erano felici e sempre ben predisposti verso gli altri, sempre allegri e gioviali e di buon umore, le ragazze non disdegnavano i loro sguardi e le loro avances, quando si incontravano o incrociavano al pub. Ma essendo ancora troppo giovani, inizialmente i loro giochi amorosi duravano poco, non più di qualche settimana, non avevano alcuna intenzione di impegnarsi, di fidanzarsi con la prima che capitava, la prima di cui pensavano o credevano di essersi innamorati. Essendo la prima volta. I loro progetti erano a lungo termine, non avevano le energie intellettuali necessarie e sufficienti per conciliare studio, lezioni, compiti, allenamenti giornalieri preparatori alle prime gare di canottaggio, un paio di sere al pub per incontrare altri studenti come loro, corrispondenza settimanale con i rispettivi genitori, che pretendevano risposte e notizie e non accettavano, né si sarebbero mai accontentati di una o due lettere al mese, o tantomeno di una cartolina, né tanto meno di costose telefonate, che per ovvi motivi non potevano includere tutti i dettagli che le mamme si aspettavano, dei loro primi mesi ad Oxford, dai loro figli. Ma questo discorso vale anche e forse di più per le femmine, i cui genitori sono sempre stati, per definizione, più apprensivi.
Uscivano ed uscirono, quanto più spesso possibile, decine di volte, sia per allenarsi in vista di competizioni, o semplicemente per uscire e remare. Così solo erano capaci di distrarsi e scaricare ed eliminare la tensione e lo stress e vivere momenti intensi, unici ed irripetibili; da soli, su pochi metri quadrati di spazio, con i soli rumori dei polmoni che inspiravano ossigeno puro della campagna nella quale erano immersi, e che formava nuvolette di un intenso grigio all’uscita dai polmoni, nella fredda e pungente campagna dell'Oxfordshire, con il rumore delle pale che entravano nell’acqua e con la sola forza delle loro braccia, oltre all’immane sforzo e spinta delle gambe e dei muscoli addominali, che dovevano spingere la barca e farla andare più velocemente possibile, sempre più forte, verso la loro meta. Perchè l'mpegno lo mettevano comunque.
Erano circondati a volte dalla sola natura fluviale, da un corso d'acqua che da millenni seguiva sempre lo stesso percorso tra colline e pianure, tra alberi e boschi, e circondati da una fauna variegata, che consisteva spesso in un cinguettare degli uccelli che si trovavano a volare da quelle parti, sopra le loro teste, o nei boschi che circondavano il tratto di fiume che stavano attraversando, altre volte da anatre, seguite, specialmente in primavera, dagli ultimi nati, che erano delle loro miniature e mai meno di tre, o il rumore del vento, quando soffiava intenso e attraversava i filari di alberi che circondavano i tratti nel loro percorso. La parola inquinamento in quegli anni non era stata neppure coniata, nessuno scienziato si preoccupava del problema della qualità dell’aria che si respirava, le automobili che circolavano erano poche, l’ossigeno che respiravano era assolutamente puro, specialmente lontano dai grandi centri abitati, al massimo alle loro narici arrivava, ogni tanto, l’intenso odore dello sterco delle vacche che pascolavano nei paraggi. Sia Rupert che Ian amavano molto intensamente la natura e starci quanto più possibile a contatto, apprezzando il suo silenzio o i suoi pochi suoni, procurava loro gioia ed emozioni, che non potevano né avevano mai avuto intenzione di descrivere o farne oggetto di conversazione. Ogni tanto si fermavano ed uno di loro diceva:
“ Che incanto, che silenzio, che pace, quanto è bella, rilassante, piacevole, rinvigorente ed accogliente la natura in questo periodo” con un tono tranquillo, appagato e sereno, con voce appena sussurrata, spesso guardando in alto per ringraziare una entità superiore.
E l’altro con un fare, altrettanto pacato, rispondeva con un semplice:
“ E’ vero, e sono totalmente d’accordo. ” ma senza necessità di guardarsi in faccia, né avrebbero potuto, visto che in un due uno da le spalle all'altro.
Erano entrambi estraniati e persi nel godimento della natura e della libertà che fortemente sentivano, odoravano e annusavano.
Questo idilliaco periodo durò tutto il tempo dell’università, frammisto ad esami e gare e competizioni locali, regionali e universitarie, che erano queste ultime quelle più importanti, quelle che erano più sentite e dove l’impegno che i giovani atleti ci mettevano era nettamente superiore e che richiamavano inglesi da tutto il paese. Arrivavano giornalisti dei quotidiani più importanti, specialmente, quando Oxford sfidava Cambridge, l’eterno rivale, su una canoa con otto giovani rematori, più un ‘altro piccolo e leggero che dava loro il ritmo, da secoli. La gara era molto spettacolare e migliaia di spettatori arrivavano con ogni mezzo, si mettevano ai lati del fiume per ammirare ed incitare questi ragazzi che si sfidavano in una massacrante competizione, che era perciò molto spettacolare, perché molto sentita, persino il preside si raccomandava ed incitava i propri ragazzi. Il compito a loro affidato era molto banale, dovevano semplicemente … vincere, sarebbe stato molto apprezzato una loro vittoria. Ma solo quella. I gestori dei ristoranti e dei pub della zona sapevano che, durante quella giornata, ma anche i giorni immediatamente prima ed i successivi, avrebbero fatto più affari che in un intero trimestre. Pregavano e speravano anche che le previsioni del tempo nei giorni immediatamente precedenti fossero buone e che non prevedessero pioggia. Altrimenti in pochi sarebbero arrivati, si sarebbero visti solo i familiari e le fidanzate dei rematori. E qualche giornalista.
Capitolo 2
Rupert gli disse che era arrivato ad Oxford per frequentare la facoltà di Letteratura Inglese, mentre Ian avrebbe fatto Economia. I due giovanotti provenivano da due regioni diverse del paese, uno dal Kent, dal sud est, a volte caldo, mentre l’altro, Ian, era scozzese, veniva dalla provincia di Edinburgo, dove il clima è alquanto diverso, generalmente freddo e troppo spesso piovoso. A volte splende anche il sole. Vi si trovano, a detta di molti giocatori appassionati, i più belli ed i più incantevoli campi di golf al mondo. Non appena arrivati, si recarono in segreteria dove furono accolti con stile impeccabile da impiegati ben vestiti e fieri del compito che svolgevano, in modo sempre elegante, professionale ed efficiente. Qualche giorno dopo dovendo poi scegliere a quale society iscriversi, - che è una tradizione tutta inglese, le societies non sono altro che delle confraternite, gruppi di studenti che dividono interessi ed attività extra scolastiche - incuriositi dalle attività fluviali e dalla gran fama delle secolari sfide tra Oxford e Cambridge avevano deciso di iscriversi alla rowing society. In seguito si iscrissero al College Boat Club, quando scoprirono essere il più vecchio al mondo e che, come altri club o circoli, è anche un luogo dove si svolgono parecchie altre attività sociali. Un momento particolarmente importante nella vita di questi club sono le annuali gare intercollegiali, note come Torpids e Eights, che prendono la forma, tanto singolare quanto emozionante, di bumps-racing. Durante queste gare gli equipaggi vengono allineati lungo il fiume ad una certa distanza e devono letteralmente tentare di urtare, da qui bump, la barca che si trova davanti. Durante questo evento le sponde del fiume sono letteralmente invase da spettatori che arrivano da ogni angolo del paese, con animo allegro e gioioso, assieme a giornalisti e cronisti di quotidiani e settimanali, parenti ed amici, bevono e sorseggiano lentamente Pimm’s o birra o gin and tonic e, ascoltando musica che viene diffusa dalle rispettive boat-houses e tifosi urlanti, inneggianti ed incoraggianti al loro equipaggio. Vince chi riesce a non farsi urtare e a toccarne quante più possibili.
Pimm’s è una bevanda che si beve in special modo nel sud del paese ed è un cocktail gustosissimo composto da Pimm’s N°1 che ne è l’ingrediente principale (lo si trova ovunque nei supermercati, fu creata nel 1823 da un certo James Pimm originario del Kent, che inventò questa bevanda a base di gin, chinino ed una mistura di erbe) due parti di lemon soda o ginger ale, ghiaccio, fettine sottili di cetriolo, foglie di menta , qualche fetta di arancia e/o limone e fragole intere o tagliate a metà. La bontà di questa bevanda è superlativa ed è veramente rinfrescante oltre che, esteticamente attraente, perché dai bicchieri in vetro traspaiono i colori verdi della menta e del cetriolo oltre che quello rosso intenso delle fragole.
Pimm’s è una bevanda che si beve in special modo nel sud del paese ed è un cocktail gustosissimo composto da Pimm’s N°1 che ne è l’ingrediente principale (lo si trova ovunque nei supermercati, fu creata nel 1823 da un certo James Pimm originario del Kent, che inventò questa bevanda a base di gin, chinino ed una mistura di erbe) due parti di lemon soda o ginger ale, ghiaccio, fettine sottili di cetriolo, foglie di menta , qualche fetta di arancia e/o limone e fragole intere o tagliate a metà. La bontà di questa bevanda è superlativa ed è veramente rinfrescante oltre che, esteticamente attraente, perché dai bicchieri in vetro traspaiono i colori verdi della menta e del cetriolo oltre che quello rosso intenso delle fragole.
giovedì 11 marzo 2010
Capitolo 1
L'anno scorso, in una delle mie consuete visite annuali ai miei figli, sono stato a visitare Patrick e Gabriella, che risiedono a Londra, ma vivono in case diverse, anche se nello stesso quartiere, Brixton, che si trova a sud di Victoria Station, a poche fermate di metropolitana. Zona abitata prevalentemente da una popolazione di colore; Patrick era inquilino di Daniel un giovane barrister, che non è altro che un avvocato con la specialità di poter parlare al giudice in tribunale durante il dibattimento; ci sono anche i lawyers che sono quelli che svolgono il ruolo di raccolta delle prove e della documentazione necessaria al barrister per portarla al processo in tribunale. La sua casa, che si svolgeva su due piani, era molto bella, e molto ben arredata, con un pò di giardino sia davanti che di dietro. All’ingresso c’era una bella moquette, color marrone scuro, e subito una scala che portava, dopo due brevi rampe, al pian terreno, che era composto da un piccolo pianerottolo a forma rettangolare, con una grande finestra che dava sul retrostante giardino. Dal pianerottolo, dove si trovava una grande scrivania degli anni ’50, con su un computer portatile e vari altri oggetti, tipici di una scrivania del 21mo secolo, che era rivolta verso il retro della casa e quasi attaccata alla vetrata, si accedeva, a sinistra al salotto, ed a destra alla cucina. Dalla cucina si passava poi ad un primo bagno, con vasca anni trenta, e con vari altri oggetti della stessa epoca, frutto di una costante ricerca per l’oggettistica di quel glorioso periodo. Dal pianerottolo, un’altra scala portava poi alla parte superiore della casa, dove c’erano una grande camera da letto ed un bagno padronale. L'arredamento della cucina era composto per la maggior parte da mobili e arredi dei primi decenni del secolo scorso, ed anche di modernariato, con qualche pezzo di antiquariato, pezzi molto ben tenuti ed originali, anche in cucina. Il gusto che aveva questo giovane trentenne, che veniva da un’ottima famiglia, (con un padre grande appassionato di cucina, ma cosi’ tanto appassionato, che si era fatta costruire, nella casa dove abitava con la moglie e madre di Daniel, due cucine, una per la famiglia, che usava la moglie e l’altra, molto piccola, che usava solo lui, per quando lui decideva di cucinare) era notevole, tappeti, poltrone, posters o acquerelli alle pareti, tavoli e sedie, vasi per fiori, la ricerca che era stata a monte di quel tipo, di caldo ed accogliente arredamento, la consideravo veramente calda ed accogliente da esserci come ospite. Per me fu come sprofondare improvvisamente in una casa di uno dei tanti film degli anni del bianco e nero; scoprii poi, infatti,che Daniel era un grande appassionato di cinema e molte delle sue idee le aveva prese dalla visione di film d’epoca, e dai tanti libri sulla storia del cinema di quel periodo che lui tanto amava. Nel salotto pero’ c'era un oggetto che attirò subito la mia attenzione e curiosità.
Oltre a varie scaffalature per ospitare i suoi numerosi libri, in bella mostra di sè, un'enorme mezza canoa in legno posta, con una delle estremità verso l'alto soffitto, in un angolo, con a sinistra una finestra piena di luce, ben lucidata e tenuta in perfetto stato di conservazione, ma che fungeva ed era stata adibita a libreria. Appena ne ebbi l'occasione, chiesi a Daniel dove avesse trovato quel magnifico oggetto ma, estremamente incuriosito dalla singolarità dell'oggetto, chiesi anche dove era l'altra metà. Mi rispose che l'aveva trovata e comprata in un negozio di Londra specializzato in mobili antichi e recenti e che al momento dell'acquisto non aveva pensato a dove potesse essere l'altra metà, nè come mai si potesse tagliare in due un tale bellissimo oggetto. Gli era piaciuto, aveva trovato il prezzo ragionevole, e l' aveva acquistato. Gli chiesi, se poteva e se non aveva nulla in contrario, di darmi il nome del negozio ed il suo indirizzo. Fu capace di darmelo solo alcune settimane dopo, si ricordava la zona, ma il luogo esatto, la strada ed il numero civico li rintracciò solo dopo una lunga ricerca, nella corrispondenza che abitualmente con un certo scrupolo conservava. Dopo una semplice e gustosa cena, durante la quale tutte le più elementari regole del buon comportamento conviviale furono rispettate, come il non interrompere chi stava parlando, non sovrapponendosi, per l'ansia di voler esprimere la propria opinione, a chi ha la parola, ma pazientemente aspettando, il proprio turno, e se per errore si interrompe, questo o si ammutolisce, e l'altro capisce immediatamente di aver interrotto nel momento meno opportuno, oppure chi ha interrotto, chiede scusa e chiede, a chi stà parlando, di continuare. Ci furono tante risate e tanti interessanti argomenti che riuscimmo a snocciolare, ovviamente parlammo di cucina e della cucina italiana, che lui considerava la migliore al mondo, uno dei quali fu il cinema, perchè Daniel era un grande appassionato di vecchi film in bianco e nero e della storia del cinema a partire dagli anni '30. In libreria aveva tanti volumi sull'argomento, inclusi varie enciclopedie sugli attori, album di foto di film che hanno fatto la storia della sesta arte. Dopo almeno due ore di piacevole compagnia, ed un buon caffe’ finale nel salotto dove c’era la libreria, andammo tutti a dormire.
Il giorno seguente, dopo che Daniel e Patrick erano usciti per andare a lavoro, e dopo una colazione a base di uova e pancetta fritta, un toast con burro e marmelade, marmellata di squisite arance amare, come solo oltre Manica sanno fare così buona, ed un buon cappuccino fatto con caffè italiano, mi incamminai verso la stazione della metropolitana di Brixton, ultima fermata sulla Victoria Line. Scesi alla prima fermata, che era Stockwell e presi la Northern Line, direzione Edgware, e scesi a Liverpool Street, che è una delle 14 grandi stazioni di quella enorme città e, dopo essermi inoltrato ina serie di lunghi cunicoli o passaggi, assieme a migliaia di altri indaffarati e veloci viaggiatori, finalmente vidi scritto “Exit”, ancora un paio di rampe e di enormi scale mobili e finalmente uscii fuori all'aria aperta di questa città sempre indaffaratissima, che non si ferma mai, ma molto ordinata ed organizzata. Mi incamminai nella direzione dell'indirizzo che mi aveva dato Daniel. Chiesi ad uno dei tanti strilloni giornalai, che ancora esistono, se stavo andando nella direzione giusta, per poi infilarmi in Artillery Lane, dove al civico indicatomi bussai ed entrai, ma solo dopo che avevo distintamente sentito che una campanellina aveva suonato, alla leggera pressione del mio indice, sul campanello di rame posto all'esterno del negozio e, fortunatamente mi venne incontro proprio il proprietario, al quale dopo essermi presentato, e detto chi mi aveva indicato il suo indirizzo,gli chiesi della canoa. Gli domandai innanzitutto se si ricordava di quello strano oggetto, che avevo ovviamente fotografato con la mia piccola digitale, e gli avevo mostrato la serie che avevo fatto.
Gli chiesi se si ricordava della provenienza, e lui molto cortesemente mi disse che se la ricordava benissimo, e la conosceva bene, ma la storia dietro quell'oggetto era lunga. Mi disse poi che siccome stava per andare al vicino pub a mangiare un panino e bere una pinta di birra, mi propose di andarci assieme. Proposta che ovviamente e con grande piacere accettai, ma insistetti che, data la sua disponibilità e generosità, lui sarebbe stato mio ospite. Che di buon grado e molto cordialmente accettò. Chiuse il negozio, semplicemente mettendo la chiave nella toppa della porta a vetri girandola una sola volta, ma solo dopo aver girato il cartello rettangolare di cartone da “Come in, please” a “Out for lunch” posto al di là del vetro, e ci recammo a piedi al suo pub preferito.
Trovammo, in un angolo ben illuminato, un piccolo tavolo quadrato e ci sedemmo uno difronte all'altro e, dopo poco, arrivo’ una simpatica cameriera alla quale ordinammo due pinte e due piatti del giorno, e senza perderci in inutili convenevoli, incominciò il suo racconto.
Mi disse che la storia l'aveva saputa da suo padre, che era stato colui che l'aveva tagliata in due. Fu lui che, dopo aver esaudito il desiderio dei due proprietari, ormai molto vecchi e stanchi e, dopo aver loro consegnato i due manufatti, avevano cominciato a frequentarsi. Erano diventati a poco a poco amici e poco alla volta le loro semplici vite se le erano raccontate durante i loro tanti incontri, nei vari pub della contea, e nelle cene che, a regolari intervalli, avevano dato nelle rispettive case. Cene e incontri al pub, che erano diventati sempre più radi negli ultimi anni prima della loro morte, avvenuta nello stesso anno, pochi anni addietro e seguita dopo poco dalle mogli. I figli, per motivi di lavoro erano andati oltre oceano e avevano deciso di liberarsi di alcuni mobili che a loro non piacevano; e le due mezze canoe, sia a loro che alle rispettive mogli, non piacevano tanto e così furono cedute all'antiquario per essere vendute, e dopo pochi mesi, una alla volta, furono vendute. Quell’antiquario era il padre di quest’uomo che stava dividendo il pranzo con me e che, aveva continuato la passione del padre, e si mise a raccontarmi la storia, di due giovani di nome Rupert e di Ian, della loro amicizia e della loro passione per la canoa.
Oltre a varie scaffalature per ospitare i suoi numerosi libri, in bella mostra di sè, un'enorme mezza canoa in legno posta, con una delle estremità verso l'alto soffitto, in un angolo, con a sinistra una finestra piena di luce, ben lucidata e tenuta in perfetto stato di conservazione, ma che fungeva ed era stata adibita a libreria. Appena ne ebbi l'occasione, chiesi a Daniel dove avesse trovato quel magnifico oggetto ma, estremamente incuriosito dalla singolarità dell'oggetto, chiesi anche dove era l'altra metà. Mi rispose che l'aveva trovata e comprata in un negozio di Londra specializzato in mobili antichi e recenti e che al momento dell'acquisto non aveva pensato a dove potesse essere l'altra metà, nè come mai si potesse tagliare in due un tale bellissimo oggetto. Gli era piaciuto, aveva trovato il prezzo ragionevole, e l' aveva acquistato. Gli chiesi, se poteva e se non aveva nulla in contrario, di darmi il nome del negozio ed il suo indirizzo. Fu capace di darmelo solo alcune settimane dopo, si ricordava la zona, ma il luogo esatto, la strada ed il numero civico li rintracciò solo dopo una lunga ricerca, nella corrispondenza che abitualmente con un certo scrupolo conservava. Dopo una semplice e gustosa cena, durante la quale tutte le più elementari regole del buon comportamento conviviale furono rispettate, come il non interrompere chi stava parlando, non sovrapponendosi, per l'ansia di voler esprimere la propria opinione, a chi ha la parola, ma pazientemente aspettando, il proprio turno, e se per errore si interrompe, questo o si ammutolisce, e l'altro capisce immediatamente di aver interrotto nel momento meno opportuno, oppure chi ha interrotto, chiede scusa e chiede, a chi stà parlando, di continuare. Ci furono tante risate e tanti interessanti argomenti che riuscimmo a snocciolare, ovviamente parlammo di cucina e della cucina italiana, che lui considerava la migliore al mondo, uno dei quali fu il cinema, perchè Daniel era un grande appassionato di vecchi film in bianco e nero e della storia del cinema a partire dagli anni '30. In libreria aveva tanti volumi sull'argomento, inclusi varie enciclopedie sugli attori, album di foto di film che hanno fatto la storia della sesta arte. Dopo almeno due ore di piacevole compagnia, ed un buon caffe’ finale nel salotto dove c’era la libreria, andammo tutti a dormire.
Il giorno seguente, dopo che Daniel e Patrick erano usciti per andare a lavoro, e dopo una colazione a base di uova e pancetta fritta, un toast con burro e marmelade, marmellata di squisite arance amare, come solo oltre Manica sanno fare così buona, ed un buon cappuccino fatto con caffè italiano, mi incamminai verso la stazione della metropolitana di Brixton, ultima fermata sulla Victoria Line. Scesi alla prima fermata, che era Stockwell e presi la Northern Line, direzione Edgware, e scesi a Liverpool Street, che è una delle 14 grandi stazioni di quella enorme città e, dopo essermi inoltrato ina serie di lunghi cunicoli o passaggi, assieme a migliaia di altri indaffarati e veloci viaggiatori, finalmente vidi scritto “Exit”, ancora un paio di rampe e di enormi scale mobili e finalmente uscii fuori all'aria aperta di questa città sempre indaffaratissima, che non si ferma mai, ma molto ordinata ed organizzata. Mi incamminai nella direzione dell'indirizzo che mi aveva dato Daniel. Chiesi ad uno dei tanti strilloni giornalai, che ancora esistono, se stavo andando nella direzione giusta, per poi infilarmi in Artillery Lane, dove al civico indicatomi bussai ed entrai, ma solo dopo che avevo distintamente sentito che una campanellina aveva suonato, alla leggera pressione del mio indice, sul campanello di rame posto all'esterno del negozio e, fortunatamente mi venne incontro proprio il proprietario, al quale dopo essermi presentato, e detto chi mi aveva indicato il suo indirizzo,gli chiesi della canoa. Gli domandai innanzitutto se si ricordava di quello strano oggetto, che avevo ovviamente fotografato con la mia piccola digitale, e gli avevo mostrato la serie che avevo fatto.
Gli chiesi se si ricordava della provenienza, e lui molto cortesemente mi disse che se la ricordava benissimo, e la conosceva bene, ma la storia dietro quell'oggetto era lunga. Mi disse poi che siccome stava per andare al vicino pub a mangiare un panino e bere una pinta di birra, mi propose di andarci assieme. Proposta che ovviamente e con grande piacere accettai, ma insistetti che, data la sua disponibilità e generosità, lui sarebbe stato mio ospite. Che di buon grado e molto cordialmente accettò. Chiuse il negozio, semplicemente mettendo la chiave nella toppa della porta a vetri girandola una sola volta, ma solo dopo aver girato il cartello rettangolare di cartone da “Come in, please” a “Out for lunch” posto al di là del vetro, e ci recammo a piedi al suo pub preferito.
Trovammo, in un angolo ben illuminato, un piccolo tavolo quadrato e ci sedemmo uno difronte all'altro e, dopo poco, arrivo’ una simpatica cameriera alla quale ordinammo due pinte e due piatti del giorno, e senza perderci in inutili convenevoli, incominciò il suo racconto.
Mi disse che la storia l'aveva saputa da suo padre, che era stato colui che l'aveva tagliata in due. Fu lui che, dopo aver esaudito il desiderio dei due proprietari, ormai molto vecchi e stanchi e, dopo aver loro consegnato i due manufatti, avevano cominciato a frequentarsi. Erano diventati a poco a poco amici e poco alla volta le loro semplici vite se le erano raccontate durante i loro tanti incontri, nei vari pub della contea, e nelle cene che, a regolari intervalli, avevano dato nelle rispettive case. Cene e incontri al pub, che erano diventati sempre più radi negli ultimi anni prima della loro morte, avvenuta nello stesso anno, pochi anni addietro e seguita dopo poco dalle mogli. I figli, per motivi di lavoro erano andati oltre oceano e avevano deciso di liberarsi di alcuni mobili che a loro non piacevano; e le due mezze canoe, sia a loro che alle rispettive mogli, non piacevano tanto e così furono cedute all'antiquario per essere vendute, e dopo pochi mesi, una alla volta, furono vendute. Quell’antiquario era il padre di quest’uomo che stava dividendo il pranzo con me e che, aveva continuato la passione del padre, e si mise a raccontarmi la storia, di due giovani di nome Rupert e di Ian, della loro amicizia e della loro passione per la canoa.
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